Terça feira, 6 de janeiro 2026
Accampamento Antonio Queiros. Area di Reforma Agraria, terra del Monastero di Jequitibà
Ciao a tutti,
stiamo concludendo il tempo di Natale e vorrei raccontarvi alcune cose su come ho vissuto la solennità dell’Epifania e come poi mi sono dato il tempo per diventare un poco un Re Magio di questi tempi (senza volere essere presuntuoso).
Ma andiamo con ordine; nel mese di ottobre, quando sono venuti a visitarci i Marini, cioè Cristiano, Alda e Pietro (figlio minore) tornando da una vista al Monastero di Jequitibà, mi sono tolto lo sfizio di visitare questo accampamento dell’MST (Movimento Sem Terra) che da tanto tempo avevo il desiderio di visitare e che si trova sulla terra de Monastero; era la prima volta, non conoscevo nessuno, ma spinto dalla curiosità e dalla presenza dei Marini, mi sono fermato e, aperta ‘a cancela’, ci siamo avviati verso le baracche che si intravedevano dalla strada. Ho parcheggiato vicino ad una casa e, come si fa qua, mi sono avvicinato alla porta e ho battuto le mani, dicendo: ”oi, de casa”! Dall’interno una voce che subito ha risposto: “oi di fora, entra” e mi si è presentata davanti una signora che mi ha fatto accomodare nel sofà e ha chiamato anche gli altri perché entrassero. Una accoglienza straordinaria, nessuno si conosceva, ma l’ospitalità ha sempre il sopravvento sui preconcetti, sulla paura, sull’imprevisto. Donna Nelza, la ‘Dona’ di casa, ci ha subito fatti sentire a nostro agio, offrendoci il cafezinho e cominciando a raccontare la storia dell’accampamento, delle difficoltà, della precarietà delle case (capanne di paglia o taipa, cioè di pali di legno rivestiti di terra, luogo ideale per un insetto che si chiama ‘barbeiro’ che se punge nel tempo dà problemi di cuore, e quando avviene non c’è rimedio, si muore…) della poca acqua e dell’insicurezza del futuro. Ci siamo presentati e quando ha capito che ero padre e che i Marini erano in visita, ed erano italiani, ci ha fatto uscire e ci ha mostrato il pezzo di terra che coltiva e ha fatto questione di sradicare alcune piante di ‘mandioca’ (tubero con il quale si fa la farinha) da portare alla Casa della Carità. Conversando si è cercato di capire quali fossero le necessità primarie e quale tipo di aiuto si poteva dare, oltre alla possibilità di potere venire per celebrare una messa nel tempo di Natale. L’accampamento è formato da una ventina di famiglie, ma chi risiede costantemente sono solo una decina, e dona Nelza ci ha chiesto di potere portare per queste famiglie delle Ceste Basiche, che sono un composto di alimenti basici e materiale igienico.
Da quel primo incontro, ce ne sono stati altri, come quello fatto la domenica 7 dicembre, insieme a Tita una funzionaria e volontaria della Casa, dove si è cercato di concretizzare la possibilità delle Ceste Basiche e di fissare i giorni di consegna e di celebrazione. Tornando a casa, abbiamo allertato i Marini e fatto a loro una PROPOSTA NATALIZIA chiedendo a loro e agli amici di offrire una decina di Ceste Basiche alle famiglie dell’accampamento. La risposta da parte dei Marini e amici, è stata molto positiva e decisamente più abbondante delle aspettative, tanto che avremo modo di utilizzare quello che ci è arrivato anche per altre necessità, ma nel contempo con Tita abbiamo comprato una buona parte di quello che serviva per comporre le Ceste Basiche.
Ed ecco il fatto di essere diventati dei Re Magi, cioè riconoscere questo accampamento come luogo di incontro con la “Parola che si è fatta carne, ed è venuta ad abitare in mezzo a noi” e che si è resa visibile agli occhi del mondo, e anche agli occhi dei Re Magi, che leggendo i segni dei tempi sono arrivati al luogo dove si trovava Gesù. Una Parola che continua ad incarnarsi e a presentarsi, bisogna avere l’umiltà di seguire dei segni, di riconoscere delle strade che a volte anche noi cristiani facciamo fatica a riconoscere, lasciare da parte le paure, come quella di Erode attaccato al potere, ma insensibile alla venuta del Salvatore, e lasciarsi illuminare da quei luoghi che spesso sono periferici, lontani e poco attraenti. Così il giorno 26 dicembre siamo venuti ad avvisare, voltando da una celebrazione in una comunità rurale, che il giorno dopo avremmo portato le Ceste Basiche, non Oro, Incenso e Mirra, ma riso, fagioli, pasta, farinha…come segno della condivisione e di festa. E’ stato un momento festivo, di abbracci, di gioia e di emozione. E stato anche il momento dove ho cercato di fare un piccolo cadastro delle famiglie, per capire e conoscere meglio le persone e le situazioni famigliari. Poi abbiamo anche fissato la celebrazione eucaristica, il 3 gennaio, vigilia della Solennità dell’Epifania, e così ancora i Re Magi vanno a visitare e incontrare la luce degli uomini, la mondialità della venuta del Signore, offrendo il tesoro più prezioso, cioè l’eucaristia. Con me sono venute anche sr. Annamaria e sr. Alessandra, per animare la celebrazione, sotto quella stupenda volta fatta dall’intreccio dei rami di due alberi di Cajà, cattedrale meravigliosa e decisamente elegante. La celebrazione è stata preceduta dalle prove di canto, per prepararsi bene alla Messa, e poi la semplicità celebrativa, senza tanti fronzoli, chierichetti e inchini, semplice, come doveva essere il luogo dove Gesù è nato, povero ma con molta dignità e premura; “da questo lo riconoscerete, vedrete un bimbo deposto in una mangiatoia”. Dopo la messa ci si è fermati per gli auguri di buon anno, e la promessa di venire a passare alcuni giorni nell’accampamento con loro, per condividere non solo gli alimenti della Cesta Basica o la celebrazione eucaristica, ma condividere la vita concreta, il quotidiano, la prossimità e lo stare in mezzo a loro.
Così eccomi qua, il 5 di gennaio sono arrivato, di tarde nella casa di Luciana, la moglie di Raimundo e mamma di 8 figli, dei quali 4 qui con lei nell’accampamento (Julia, Yasmin, Pedro e Bernardo), che mi ha accolto e aperto la casa vicino alla sua; la casa è del signor Paulo, che adesso non è qui, ed è proprio una ‘bella casa ’, le pareti sono fatte con il materiale plastico che si usa per controsoffittare i tetti, su una struttura di pali di legno, il pavimento di cemento grezzo e le due porte di entrata e uscita (dal dietro) di legno, mentre le porte interne e del bagno sono fatte con un telo di plastica. La casa è costituita da una sala di entrata, dalla camera da letto e dal bagno, nella parte esterna. Semplice, piccola, per molti non degna, ancora di più indegna per un prete, ma pulita, ospitale e nel mezzo di altre case e famiglie semplici e desiderose di avere un pezzo di terra per sostenere e dare dignità alla propria famiglia. Entrando in casa mi sono un poco emozionato nel sentire che premura hanno avuto per me e del come si sono preoccupati di fare di tutto per farmi sentire bene, per cercare di offrire il meglio; nella sala due divani, sembrano nuovi, nella camera un letto grande e la zanzariera, e mostrandomi il bagno, uno specchio grande nell’”anti bagno” se così si può chiamare. I poveri continuano ad insegnarci e ed educarci ad essere umili e accoglienti, senza pretendere tante cose, forse solo il desiderio di essere ascoltati e visitati. Con Luciana c’è stato anche il tempo di conversare sulla sua vita e sulla sua famiglia, vita sofferta ma sempre affrontata con coraggio e garra, e anche del sogno di questa terra, di casa, di crescere i figli in un luogo protetto, un poco lontano dalla città, sogni che spero si possano realizzare.
Poi, parlando con Nelza, ho scoperto che vicino all’accampamento, c’è una açude (piccola sorgente) e una pompa che pompava acqua nella cisterna della casa del fazendeiro, per garantire acqua alla sua casa; siamo andati a vedere, io, Nelza e due signori accampati, per rendermi conto della situazione. In effetti c’è questa pozza di acqua, non molto limpida, direi ‘barrenta’ (con molto fango), la pompa mi sembra molto vecchia e ferma da molto tempo, e i tubi che portavano l’acqua alla casa del fazendeiro, rotti in molti punti; tornando, abbiamo anche visto una cisterna intermedia, posta tra la pompa e la casa, adesso secca e crepata, e poi la grande cisterna posta al fianco della casa, anche questa vuota e forse in qualche punto crepata. Anche in questo caso, c’è bisogno di pensare come potere utilizzare cose che sono già presenti, e come potere recuperare qualcosa a beneficio delle famiglie presenti nell’accampamento; la fatica, mi sembra di capire, è pensare insieme, formare sempre più una coesione di intenti per camminare insieme, e avere obiettivi comuni e condivisi. Ancora una volta però, si capiscono queste dinamiche vivendo in mezzo a loro, stando con loro, dando tempo e investendo tempo, per potere avere una visione che non sia solo dettata dal “mi sembra che…” ma dall’avere messo le mani in pasta. Queste sono delle periferie, geografiche, perché fuori dai centri abitati, ma anche esistenziali, perché coinvolgono delle persone che tentano di migliorare la propria vita e la vita dei loro figli.
Posso solo rendere grazie a Dio, e al Bambino Gesù, che continua a visitarci e a provocarci, e a spingerci nelle direzioni più impensabili, ma che ci aiutano e rincontrarlo nei volti di persone ben concrete e presenti, non tanto distanti dalla nostra vita, ma ben vicino, bisogno solo avere la voglia di fermarsi e di dare tempo.
ecco alcune foto di quanto raccontato:






