Zimbabwe: guardare il mondo con occhi nuovi

Siamo partiti in sei, Luca, Carlotta, Elisabetta, Giorgia, Ilaria e Benedetta, con la voglia di conoscere una realtà lontana dalla nostra e vivere un’esperienza di missione. Siamo arrivati in Zimbabwe, al St. Albert Mission Hospital, senza sapere esattamente cosa aspettarci. Ma quello che abbiamo trovato è stato molto più di un semplice ospedale: abbiamo incontrato una comunità, tante persone e una realtà che al ritorno ci ha fatto guardare con occhi diversi la nostra quotidianità.

Durante i giorni trascorsi nella missione abbiamo osservato da vicino il prezioso lavoro dell’ospedale, che rappresenta un punto di riferimento per tutto il villaggio. Ci sono stati presentati i diversi servizi sanitari, dai reparti di degenza alla radiologia e ortopedia, fino alle cure per le patologie infettive. L’ospedale offre inoltre la possibilità di dispensare farmaci alle persone che ne hanno bisogno, un servizio che può sembrare scontato ai nostri occhi, ma che in Zimbabwe rappresenta un aiuto concreto e tutt’altro che garantito.

Accanto al servizio sanitario, ci ha colpito l’importante impegno sociale della missione. Abbiamo conosciuto la Maternity Waiting House, che in lingua Shona viene definita Matumba, ovvero una casa che ospita donne in gravidanza a termine le quali risiedono lì in attesa di partorire, in modo da permettere loro di rimanere vicine all’ospedale e di ricevere assistenza giornalmente. Ci ha fatto riflettere vedere come, in una situazione in cui anche le distanze possono diventare un ostacolo alle cure, la missione cerchi concretamente di essere vicina alle persone che ne hanno più bisogno. Abbiamo poi visitato la Safe House, una casa che accoglie e protegge giovani minorenni, donne e ragazze vittime di violenze o abusi, offrendo loro un luogo sicuro fino a quando il responsabile non viene individuato. È stato difficile confrontarsi con storie così significative, ma allo stesso tempo abbiamo capito quanto sia importante avere un luogo capace di accogliere, proteggere e restituire sicurezza a chi ne ha bisogno.

Il viaggio è stato anche fatto di sorrisi e momenti di spensieratezza, soprattutto grazie ai bambini del villaggio, con cui abbiamo giocato e condiviso il nostro tempo. La loro energia, semplicità e innocenza ci hanno regalato momenti indimenticabili.

Tornati a casa, poi, abbiamo scelto di impegnarci in un’adozione a distanza, per garantire ad un bambino il ciclo di istruzione primaria. È stato un gesto concreto che ci ha fatto sperimentare come, anche da lontano, possiamo continuare a essere vicini a chi ne ha più bisogno, anche se in piccola parte. Pensando alle tante storie che abbiamo incontrato, ci siamo resi conto che, se tanti piccoli gesti diventassero un impegno condiviso, molte più difficoltà potrebbero trovare una risposta e tante famiglie potrebbero sentirsi accompagnate nel tempo.

Un grazie speciale va a Melania e Julia e a tutte le persone coinvolte nella missione, che ci hanno accolto con calore e semplicità.

Siamo partiti pensando di andare in missione per dare qualcosa. Siamo tornati con la sensazione di aver ricevuto molto di più: volti, storie, sorrisi e una nuova consapevolezza. Abbiamo capito che la missione significa soprattutto esserci, condividere e imparare a guardare il mondo con occhi nuovi.

Ecco alcune foto: