In Madagascar il tempo è percepito in un modo tutto particolare: i piani cambiano spesso all’ultimo minuto, e i ritardi di più e più ore sono all’ordine del giorno. All’inizio devo ammettere che è stato spiazzante, e anche un po’ frustrante.
Un giorno, un amico conosciuto qui mi ha detto che in Madagascar impari a portare pazienza.
La cosa più importante che il mio soggiorno ad Alarobia mi ha insegnato è stata proprio questa: l’attesa.
Questo posto, inizialmente, mi ha spiazzata: arrivare in un nuovo villaggio significa ricominciare tutto da capo, conoscere persone nuove e adattarsi a nuove abitudini e nuovi ritmi. Ho avuto paura di non riuscire a creare rapporti preziosi come negli altri villaggi in cui ero stata. I primi giorni, guardando come vivevano serenamente le suore, mi sono domandata se valesse la pena vivere il presente con così tanta ansia. Perciò mi sono lasciata trascinare, e ho provato ad accogliere ciò che mi arrivava in ogni momento senza pensare a un “dopo”. Ogni scherzo degli studenti a cui ho insegnato inglese, ogni gioco fatto coi bambini, ogni weekend passato a pulire casa è stato un dono inestimabile. Ogni momento in compagnia o da sola, guardando il cielo, pregando o andando nel pollaio a vedere le galline, probabilmente, fino a qualche tempo fa, lo avrei considerato “tempo perso”.
Ma ora più che mai mi accorgo che proprio questi momenti di “attesa” sono ciò che rende la vita degna di questo nome.
Sarò sempre grata a questo villaggio e alle persone che ho incontrato qui per avermi insegnato ad attendere, e avermi fatto capire che le cose belle, se si è pronti ad accoglierle e coltivarle, vengono da sé e sono sempre dietro l’angolo. A volte non c’è bisogno di fare, ma piuttosto di attendere, e di imparare a “stare” nell’attesa.
Ecco alcune foto:

















