Il campo estivo in Albania

Si parte sempre per uno o più motivi. A volte sono motivi chiari, altre volte un po’ meno, ma quello che è certo è che ogni partenza avviene sempre nel momento giusto.
Dopo anni passati a rimandare, finalmente l’estate scorsa mi sono decisa a partire per l’Albania dove ho trascorso quindici giorni presso la Casa della Carità di Lac Vau-Dejes.
Non sapevo assolutamente nulla delle Case della Carità. Pochi mesi prima di partire ho cercato di raccogliere la maggior parte delle informazioni in merito a questi posti visitando la Casa della Carità di Sassuolo e riempiendo di domande, a modi interrogatorio, le ragazze che l’anno prima erano state volontarie presso la Casa della Carità in Albania.
Risultato di questa mia indagine? I racconti pieni di entusiasmo delle ragazze non riuscivo a “concretizzarli”, a comprenderli fino in fondo. La visita presso la Casa della Carità di Sassuolo anziché aiutarmi a capire, in un certo senso, mi aveva confusa ancora di più.
Pochi giorni prima della partenza emotivamente sovrastata da un misto di entusiasmo e paura mi ripetevo i versi di una canzone che dicono: “[…] come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò.”
Rincuorata da questa frase che mi ripetevo a modi mantra mi sono detta: “Se Lui mi vuole in Albania un motivo ci sarà”.
E così sono partita per una destinazione che non avrai mai creduto di poter prendere in considerazione.
Una volta arrivata presso la Casa della Carità di Lac Vau-Dejes mi sono domanda: “ma cosa ci faccio qui? Sarò in grado di aiutare le suore e prendermi cura degli ospiti della casa?”.
Neanche il tempo di trovare risposta a queste domande che sono stata immersa nella vita quotidiana della casa: i momenti di preghiera alla mattina, le colazioni da preparare, svegliare gli ospiti, aiutarli a lavarsi e a vestirsi, le faccende, le lavatrici, le bolle di sapone con i bimbi ospiti della casa, la musica a tutto volume mentre si lavano e asciugano i piatti, andare a fare la spesa.
Cosa c’era di straordinario nel fare queste cose? C’era tutto di straordinario.
Ogni singola azione dalla più “banale” a quella, apparentemente, più significativa era ed è un atto di carità nei confronti dell’altro. Un atto di amore incondizionato, disinteressato e fraterno.
Certo, le fatiche non sono mancate, la stanchezza nemmeno. Non per niente durante la mia esperienza mi sono domandata più volte: “Ma quanto è difficile servire il Signore?”.
Nonostante tutto, però, vai avanti perché sai che quella persona ha bisogno di te. Questa esperienza però, non è stata solo un “dare” ma anche, e soprattutto, un “ricevere”. Un ricevere che si è declinato sotto tante, infinite forme. Un dono che sono sicura non smetterà di dare i suoi frutti anche in futuro.
Se oggi qualcuno mi dovesse chiedere: “Ma quindi cos’è la Casa della Carità?”, risponderei con la definizione che ha dato un’ospite della Casa: “La Casa della Carità è quel posto dove i cuori freddi diventano caldi”.
Rebecca