Natale: vita buona per tutti – lettera agli amici di fr. Alberto Degan

(in allegato e cliccando qui la lettera con le foto)

Un triste primato
La nostra regione, il Guayas, ha conquistato un primato non molto invidiabile: le sue due cittá piú grandi – Guayaquil e Durán – sono entrate nella top-ten delle 10 cittá piú violente del mondo (escludendo le cittá che stanno vivendo in guerra).
Durán, una cittá di 300.000 abitanti, ha triplicato gli omicidi rispetto al 2022, e quest’anno si sta avvicinando alla terribile percentuale di un omicidio ogni 1.000 abitanti, che la posiziona al settimo posto tra le cittá piú violente del mondo. Quanto a Guayaquil, con una media di 200 omicidi al mese, in questo momento è la nona cittá piú violenta del mondo, con una percentuale di 70 omicidi ogni 100.000 abitanti.

Chi ha diritto a una vita bella?
A questa estrema violenza si aggiungono le disuguaglianze, che stanno aumentando. Nella cittadina di Samborondón, subito fuori Guayaquil, si sono rifugiati molti ricchi: al sicuro nelle loro cittadelle ‘fortificate’ e protette, non si sentono minacciati piú di tanto dalla violenza che invece imperversa nei quartieri popolari. Chi vive qui ha tutti i comfort e tutti i diritti.
Ad esempio, la Sanitá pubblica non funziona molto bene in Ecuador, e cosí chi se lo puó permettere paga un ‘seguro’ privato, un’assicurazione medica che gli garantisce un’ottima assistenza. Purtroppo molti bambini dei quartieri popolari non hanno un ‘seguro médico’, perché i genitori non se lo possono permettere. Benjamín, ad esempio, un bambino del barrio Nigeria, è stato male in questi ultimi mesi (problemi di parassiti, gastrite, etc.), e suo papá – padre di sei figli – non ha sempre i soldi per portarlo dal medico. Oggettivamente, Benjamín non gode degli stessi diritti di un bambino che vive a Samborondón.
E questa societá ha fatto pace con questa ingiustizia: dá per scontato che le cose vadano cosí. Chi ha diritto a una vita bella? La nostra societá si è rassegnata all’idea che non tutti ne hanno diritto, e che la vita di alcuni bambini vale meno di quella di altri.

César è un ragazzo di 15 anni, e abita con sua nonna, in una casa sovraffollata di cugini e nipoti, un sovraffollamento in cui vive quasi un terzo dei bambini afroecuadoriani. E’ orfano di madre e padre: suo papá fu ucciso quando lui aveva due anni. Vive in uno dei quartieri piú violenti di Guayaquil; studia, ma al tempo stesso lavora per contribuire al mantenimento della famiglia, visto che i nonni faticano sempre piú a trovare lavoro.
Como dice Uriel Castillo, un sociologo afroecuadoriano, molti dei nostri giovani sono schiacciati e concentrati sulle urgenze del presente; non hanno tempo di pianificare la loro vita, di pensare e costruire un futuro diverso. L’unico futuro ‘alternativo’ che si presenta ai loro occhi è quello di entrare nella malavita legata al narcotraffico e guadagnare cosí parecchi soldi.
E dunque, che si aspetta la societá da César? La cosa piú probabile è che si arruoli nel gran ‘esercito’ dei cachueleros, coloro che sopravvivono con lavori saltuari e malpagati. E sarebbe giá tanto se fuggisse alla tentazione di entrare in un gruppo delinquenziale. Di fatto, César è un bravo ragazzo, non si è lasciato traviare da cattive compagnie, e continua a studiare e lavorare onestamente, e di questo ringrazio profondamente Dio. Ma poi, che sará di lui? ”Ciascuno cresce solo se é sognato”, diceva Danilo Dolci. Ma chi sogna un futuro diverso per César, orfano di entrambi i genitori?
Eppure, una piccola speranza c’è: proprio qualche giorno fa, parlando con la signora Orfilia, che lo aiuta con un programma di dopo-scuola, all’improvviso César ha detto: “Io saró medico forense”. Nel suo quartiere non si era mai sentito un adolescente che dicesse una cosa simile. Che bello che César coltivi questo sogno! E ancora piú bello che forse ha trovato delle persone che vogliono aiutarlo a realizzare il suo sogno. Anche César ha diritto a una vita bella!

La Galilea del Bambino Gesú
Quando nacque Gesú, Sefforis – una cittá a pochi chilometri da Nazaret – era la capitale amministrativa della Galilea. Ma dopo la morte di Erode, Giuda il Galileo fece irruzione nel palazzo reale della cittá e si impadroní dell’enorme deposito di armi che erano lí custodite. Focolai di rivolta si estesero in tutto il Paese. I romani reagirono radendo completamente al suolo Sefforis: massacrarono la maggioranza dei suoi abitanti, e vendettero come schiavi i superstiti. Secondo un’antica tradizione, i genitori di Maria – Gioacchino e Anna – erano nati lí, e poi si erano trasferiti a Nazaret.
E cosí, mentre migliaia di suoi compatrioti venivano massacrati e – spesso – crocifissi, il piccolo Gesú cresceva in Galilea. Per i coetanei del Nazzareno la violenza e la disumanitá erano parte costitutiva della realtá con cui gli ebrei erano costretti a convivere. Quanto valeva la vita di un bambino di Sefforis, o di un bambino della Galilea? Certamente molto meno della vita di un bambino romano.

Il sogno di Natale
Il popolo ebreo, dunque, era molto vulnerabile, esposto a una violenza istituzionalizzata; ma essere vulnerabile non significa necessariamente essere passivo e rassegnato. Anche le persone vulnerabili possono sognare, lottare, e nella loro comune vulnerabilitá possono trovare la forza per camminare insieme.
Ed è di questo che parla il Natale, di un Dio che manda un angelo al suo popolo oppresso per mantenere vivo il sogno e la speranza di una vita bella per tutti. I vangeli del Natale ci parlano di sogni grandissimi. Io mi concentro solo su uno: il sogno del Magnificat.
”Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili!”, grida Maria: non ci sono piú differenze abissali tra potenti e umili; la vita di ognuno di noi é preziosa agli occhi di Dio; non ci saranno piú vite di serie A e vite di serie B: tutti hanno diritto ad una vita buona
Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”: le risorse non saranno piú concentrate solo nelle mani dei ricchi; tutti potranno soddisfare le loro necessitá fondamentali, nessuno soffrirá la fame.
E a cominciare questa rivoluzione della vita buona per tutti sará proprio un membro di questo popolo oppresso, disprezzato dall’Impero: Gesú.

Sognare sul serio
Ma sono solo sogni, dirá qualcuno. Sí, ma questi sogni le prime comunitá cristiane li prendevano molto sul serio. Come ci dicono gli Atti degli Apostoli, “nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o cose li vendevano, portavano il ricavato di ció che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno” (4,34).
Che nessuno soffra la fame, che nessun bambino muoia perché non ha i soldi per prendere una medicina: questi sogni possono diventare realtá se noi li viviamo. All’interno di una societá profondamente disuguale si puó praticare la solidarietá. Ecco dunque il sogno cui apre le porte il Natale: la morte, l’egoismo, l’indifferenza, la prepotenza non avranno l’ultima parola; dentro una realtá violenta si puó creare uno spazio di fraternitá, una prassi di vita bella.

Vivere una vita buona in una societá cattiva
“E’ possibile vivere una vita buona in una vita cattiva?”, si domanda la filosofa Judith Butler. Detto in altro modo, é possibile vivere una vita umana in una società dove spesso prevale la disumanitá? E’ possibile vivere una vita bella in un mondo dominato dalla violenza?
La risposta, oggi come ieri, ce la danno i poveri, gli ultimi, i vulnerabili. “Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1, 78-79). La societá vive nell’ombra della morte, in una cultura della violenza e dell’ingiustizia cui sembriamo perfettamente rassegnati. Ma ecco che Dio ci manda una luce, e ci propone un cammino diverso: la via della pace. Anche in una cittá violenta e disuguale come Guayaquil è possibile camminare su questo cammino bello!
Come fondamentiamo questa affermazione? In maniera disarmante, risponderebbe Jon Sobrino: questo è ciò che vediamo e sperimentiamo, questo è ció che succede tra i poveri.
Come vivere una vita bella in mezzo a tanta crudeltá e disumanitá? Questa è una delle domande fondamentali che si agitano nel cuore di tanti guayaquileños. Come offrire una vita bella a mio figlio che vive in una cittá superviolenta? Ed é commovente vedere come tanta gente lotta per vivere una vita buona anche in un contesto cosí difficile. Io credo che proprio in questo consiste la grandezza dell’essere umano: nel non rinunciare mai a cercare la bellezza e la bontá, anche quando tutto sembrerebbe invitarti ad arrenderti.

Piccoli maestri
Gesú viene per insegnarci a vivere una vita bella in un mondo violento. E qui in Ecuador Gesú ha trovato tanti discepoli che, nella loro semplicitá, si trasformano in nostri maestri.
Pedro e Tamara sono sposati da 16 anni e hanno tre figli. Lei ha vari problemi di salute. Lui fino a qualche mese fa manteneva la famiglia ‘taxiando’, cioè usando la sua macchina come taxi informale, ma qualche mese fa l’hanno rapito e gli hanno rubato la macchina, trovandosi cosí senza lavoro da un giorno all’altro.
Io al posto di Pedro mi sarei concentrato unicamente su me stesso, cercando qualche alternativa al taxi. E lui in effetti lo sta facendo, ma questo non gli impedisce di andare tre volte alla settimana con Tamara al Centro di recupero per tossicodipendenti “Juan Pablo II”, parlando con i giovani e motivandoli a un cambio di vita. Nonostante tutti i loro problemi, continuano a donarsi agli altri.
Bellita è una signora di 80 anni. Vive in un quartiere molto violento, terreno di scontro tra diverse bande legate al narcotraffico. Ultimamente sono aumentati gli omicidi, e la gente del barrio, per difendersi, ha fatto costruire cancelli all’entrata di varie stradine, per impedire che per di lí possano mettersi e scorazzare liberamente moto o auto-killer. Lei, imperterrita, continua a camminare tra cancelli e stradine infestate dai violenti per portare l’eucaristia ai suoi ammalati.
Karen è una giovane madre di due figli, vive in Trinipuerto, un altro barrio violento di Guayaquil. Da sempre impegnata nella Pastorale Afro, quest’anno ha dovuto affrontare varie difficoltá: qualche mese fa è andato a vivere proprio di fronte a lei un giovane mafioso. Lei ha dovuto sospendere gli incontri che teneva a casa sua con i bambini, perché la casa del mafioso era sempre piena di gente armata che fumava. Poi il ‘jefe’ è andato via, ma poco dopo hanno ammazzato uno della sua banda, fidanzato della cognata di Karen: l’assassino – capo della banda rivale – ha dichiarato guerra a tutti i familiari del morto, compresa la sua fidanzata e i parenti della fidanzata. Karen temeva soprattutto per i figli. Ha dovuto dialogare con la banda, è potuta rimanere lí, e adesso – fedele e perseverante – continua a riunirsi con i bambini del quartiere, e con i giovani della Pastorale Afro, leggendo con loro la Parola di Dio.

Un grande futuro per l’Ecuador
A volte mi domandano: c’è speranza per l’Ecuador? E io rispondo: finché ci sono persone come Karen, Pedro,Tamara, e tante altre, sí, vedo un gran futuro per questo paese.
Come diceva Gabriel Marcel, c’è un mistero nella sofferenza : “La sofferenza, in se stessa, é malvagia. Ma l’anima umana puó liberamente trasformare questo male non tanto, per essere esatti, in un bene, ma in un principio capace di irradiare amore, speranza e caritá”.
La coscienza di una sofferenza comune, la consapevolezza della nostra vulnerabilitá condivisa e la compassione per la vulnerabilitá altrui puó produrre gesti di bellezza, tenerezza e fraternitá, che rendono bella e buona la nostra vita anche in mezzo a tanto dolore.

BUON NATALE!

fr. Alberto