Lettera di Emma dall’Albania

Carissimi amici lettori, mi chiamo Emma e, per chi non lo sapesse, attualmente sono in Albania. Sono arrivata il 12 gennaio nella Casa della Carità (Shtëpia e Bamirësisë). La domanda che mi hanno fatto piú frequentemente era: “Ma perché sei andata?”. Sinceramente non so cosa mi abbia spinto a partire, ma la risposta che sentivo allora, e che sento ancora oggi, è: “Io sono qui sia per gli altri, ma anche per me stessa”. Sentivo il bisogno di prendermi del tempo per me, ma senza sprecarlo, e così sono qui.
Il primo mese è stato il più difficile: nuovi ritmi, nuovi ambienti, nuova lingua, nuove persone… insomma, tutto nuovo. Ma dopo questo periodo di ambientamento, il tempo ha iniziato a volare.
Regjina, la prima ospite della casa, nonché mia compagna di stanza da quando sono arrivata ha iniziato a fare il countdown per il suo compleanno (20 maggio). All’inizio mancavano quattro mesi, poi tre, poi due, poi uno…quattro settimane poi tre, due, una… ed è finalmente arrivato (fortunatamente ce lo ricordava ogni giorno, nel caso qualcuno se lo dimenticasse!).
In questa casa ci sono sei ospiti in totale: tre più giovani (Pashk, Fabji, Regjina) e tre più grandi (Djla, Lena, Mrika).
Nel novembre 2025 è venuto a mancare il vescovo, che purtroppo non ho mai conosciuto e che era molto legato alla casa. Tuttavia, vivendo qui e sentendolo spesso raccontare, è come se in parte lo conoscessi. Quando sono arrivata si percepiva ancora un clima di tristezza legato alla sua scomparsa.
Con l’arrivo della primavera e della Pasqua c’è stato un cambiamento improvviso: le persone hanno iniziato a venire più spesso e la casa è sempre piena.
È iniziato anche il torneo estivo di pallavolo, che impegna tutte le sere la sottoscritta come allenatrice (o almeno ci prova) e le ragazze e i ragazzi del paese come giocatori. Ci si diverte, ma non è sempre tutto va bene: ci sono problemi da risolvere, legati al passato, alle relazioni e alla stima reciproca, problemi di gelosie. Problemi che, devo dire, non mi ero mai trovata ad affrontare, e riuscire a risolverli sarebbe più soddisfacente che vincere il campionato.
Sono in Albania e la lingua ufficiale e l’albanese e pian piano lo sto cominciando a parlare e capire, ma sinceramente so che non è un problema perché poi i giovani mi aiutano e poi ci capiamo anche senza parlare. La felicità, alla fine, non ha una lingua: se si ride insieme, non c’è bisogno di parlare.

Detto questo, lascio un po’ di suspense per il campionato e ci vediamo presto.

Mirupafshim, Emma
(ci rivediamo, Emma)