carissimi, carissime,
manca pochissimo al mio rientro in Italia, e non vedo l’ora di rivedervi e riabbracciarvi tutti! Prima però, ci tengo a scrivervi l’ultima lettera di questo primo anno malgascio.
La scuola è finita, i ragazzi di terza hanno fatto l’esame (80 promossi su 106), le giornate non sono più afose e sudaticce, e queste ultime settimane con gli studenti sono state davvero splendide. Anche malinconiche e quindi un po’ lacrimose, ma le conclusioni mi rendono sempre un po’ emotiva.
Con la fine dell’anno i miei colleghi si sono trovati a fare un bilancio dell’anno scolastico durante diverse chiacchierate (qui in Madagascar viene dato molto peso ai numeri e alle statistiche, e la buona reputazione di una scuola dipende anche dai risultati degli studenti. Da quel che percepisco si è sempre molto consapevoli della performance del proprio istituto, soprattutto in relazione alle altre scuole), e inevitabilmente anche io mi sono trovata a riflettere sui mesi passati e sul lavoro fatto. Devo essere onesta, in un primo momento mi è venuto da mettermi le mani nei capelli: i miei studenti non sanno parlare inglese, nelle classi 5 a maggio mi è stato detto che una verifica sul “present simple” (presente indicativo) era difficile nonostante lo stessimo facendo da ottobre, nelle classi 4 c’è ancora chi non capisce la differenza fra i numeri “thirty” (30) e “thirteen” (13), dal punto di vista della pratica orale ho fatto pochissimo… che disastro le cose viste da qui! Quante cose da rivedere o migliorare!
Per fortuna, ho la possibilità di guardare ai mesi passati anche sotto un’altra lente. Gli studenti si sentono liberi di dirmi se la spiegazione non è chiara. Si sentono liberi di ridere con me di me stessa quando sbaglio a dire qualcosa in malgascio, e subito dopo mi dicono la parola giusta. Se invece riesco a infilare cinque o sei frasi di fila in maniera più o meno corretta, mi regalano parole di incoraggiamento con un sorriso. Se non capisco qualcosa, riformulano la frase affinchè sia chiaro quello che stanno cercando di dire. Nei momenti liberi a scuola, vengono per fare due chiacchiere, o per sapere come sto. Se guardo a questi elementi, non c’è molto di cui disperarsi, anzi. Posso solo essere grata per l’accoglienza e la stima che i miei studenti mi dimostrano. Nel corso dei mesi sono diventata un po’ più simile agli altri insegnanti ai loro occhi, e nonostante sia impossibile per me diventare come i miei colleghi malgasci, penso di poter dire che piano piano si stia cominciando a decostruire lo stereotipo. Davanti a loro non c’è solo una persona bianca, comincia ad esserci anche Alice.
Nella prima lettera che ho scritto, mi interrogavo su che cosa sia la salvezza per le persone qui. Mi spiace dire che non ho ancora la risposta a questa domanda, ma questi mesi hanno fatto riemergere il tema nella mia vita. Mi sono trovata a chiedermi che cosa sia la salvezza per me, in che modo si incarni nella mia vita oggi, in che modo mi parla di Dio. Come spesso mi capita, tentare di andare a cercare le risposte a queste domande nell’astratto non funziona benissimo, e anzi mi causa ancora più confusione e dubbi. In certi casi mi serve tagliare i fili dei pensieri, e lasciare che accada la vita attorno a me. E così, le risposte sono arrivate nel pomeriggio del 13 giugno. Ero alla festa di fine anno della nostra scuola, al mattino i ragazzi si erano travestiti e avevano sfilato per il paese e a scuola, poi c’erano stati i vari discorsi istituzionali; al pomeriggio il programma prevedeva che gli studenti (ma pure gli insegnanti, accidenti) ballassero come attività di raccolta fondi. Mentre guardavo i ragazzi che ballavano, mi ha colpito la realizzazione che la salvezza di Dio era proprio lì davanti ai miei occhi. In tutti quei giovani che si muovevano a ritmo di musica, alcuni con un’abilità paragonabile a quella dei professionisti, altri che faticavano ad andare a tempo. Ma la bellezza che vedevo non derivava dall’abilità più o meno pronunciata, bensì dall’energia travolgente che emanavano mentre saltavano con impeto su un palco improvvisato che sembrava pronto a cedere in un qualsiasi momento. In quel momento mi sono resa conto del dono immenso che sono stati questi ragazzi, che di giorno in giorno mi hanno permesso di conoscerli, e mi hanno regalato in maniera semplice e impetuosa loro stessi e il loro essere giovani. Poter accoglierli nella mia vita è stato forse l’onore (e l’onere) più grande che ho vissuto finora: sono in un’età così preziosa, fragile, complessa, così pienamente e intensamente viva, che percorrere insieme a loro un pezzo di strada, poterli conoscere, poterli ascoltare, mi ha riempito il cuore di gioia. Con tutto lo splendore e con tutte le fatiche che la loro età porta con sè: la loro curiosità, la spontaneità, le risate, le furbate, le domande, l’ascolto, l’impegno, la svogliatezza, la stima, la vicinanza, il calore, la stanchezza, la voglia di far festa, l’imbarazzo; con tutto ciò che loro sono, mi hanno tenuta ancorata alla vita, mi hanno tenuta dentro alla vita. Questa, per me, è salvezza. E la vedo, la percepisco tutte le volte che guardo negli occhi ciascuno di loro.
Durante i giorni dell’esame di stato i ragazzi delle classi 3 dormivano e mangiavano a scuola, così che tutti potessero arrivare puntuali per le varie prove. Ogni giorno passavo a vedere come stavano, come stesse andando l’esame e a chiacchierare un po’, visto che erano gli ultimi giorni in cui avevo l’occasione di farlo. Mi sono affezionata profondamente ai ragazzi di terza, un po’ perchè avevo più ore di lezione con loro, un po’ perchè sono più grandi e meno timidi, e un po’ perchè sono stati quelli che in quest’anno si sono aperti di più e si sono fatti più avanti nei miei confronti. Questo ha fatto sì che salutarli sia stato particolarmente doloroso: è la prima volta che mi trovo a vivere la fine di una relazione educativa, e per quanto fossi al corrente del fatto che con la fine dell’anno scolastico sarebbe anche giunta la fine dei rapporti con loro, non mi sarei aspettata di vivere il distacco in modo così intenso. Sono giovane e inesperta, e probabilmente è normale reagire così alla prima esperienza… ma tentare di razionalizzare a posteriori non mi ha evitato qualche pianto negli ultimi giorni di scuola. Parte della questione è che ciascuno dei miei studenti si è preso del posto all’interno della mia vita e all’interno del mio cuore. è un posto fatto con le loro misure, ciascun posto ha occhi, mani, voce e risata differenti, ciascuna sagoma ha il suo proprio nome. Nel momento in cui finiscono la terza loro vanno via dalla mia vita: non li vedo più, non sono più la loro insegnante, ma il posto per loro dentro di me rimane. Il posto è riservato, ha un proprietario, ha occhi, mani, voce e risata specifici. Nessun altro può reclamarlo. E così rimane, ma rimane vuoto, se non per l’essenza di un ricordo. Ma lo spazio vuoto non è sempre semplice da gestire, e tutto l’affetto che io nutro nei confronti dei ragazzi rimane lì, senza che ritrovi il suo legittimo proprietario. So che altri studenti arriveranno, ma a loro spetteranno altri posti, che avranno altri occhi, mani, voci, risate diverse. E quindi, a ciascuna vita il proprio posto, a ciascun assente il proprio vuoto.
In uno degli ultimi giorni dell’esame, uno dei ragazzi di terza, Abel, mi ha ringraziata per essere stata con loro quest’anno e per aver insegnato inglese. Abel è indubbiamente uno degli studenti più brillanti fra i ragazzi di terza, afferra le cose al volo, impara velocemente e riesce a mettere in pratica quello che gli viene spiegato in maniera subitanea. Rientra fra gli studenti a cui sono più affezionata, perchè è uno di quelli con cui sono riuscita a entrare più in relazione. Non in maniera sintonica fin da subito: a inizio anno era uscito da lezione dopo l’appello senza più rientrare, oppure quando facevamo gli esercizi in classe lui si metteva a fare matematica e io gli dovevo ritirare il quaderno. Però con il passare dei mesi è cambiato piano piano, e ha cominciato a stare attento a lezione, a svolgere gli esercizi per poi farmeli vedere, ad alzare la mano per fare correzioni alla lavagna. Quando in una lezione ho spiegato la differenza fra “like” nel senso di “piacere” e “like” nel senso di “come”, lui è stato uno dei tre studenti che sono riusciti a scrivere una frase corretta in inglese usando “like” nel senso di “come”, e la frase che ha scritto era “I will be a teacher like teacher Alice” (sarò un insegnante come l’insegnante Alice). Di sicuro c’era una componente di lusinga nella frase, ma penso anche una componente di stima sincera. Capirete quindi la mia gratitudine per il ringraziamento spontaneo e gratuito di Abel, e potrete immaginare la mia frustrazione per non poter rispondere come avrei voluto al suo ringraziamento. Ancora la lingua malgascia elude anche i miei migliori sforzi, e quindi non sono riuscita a dirgli che io avevo molte più cose per cui dire grazie a tutti loro. Dopotutto, io mi sono limitata a insegnare inglese (con risultati… esili, a dir poco), loro invece mi hanno permesso di vivere la salvezza di Dio nella quotidianità. Mi sembra ci sia una notevole sproporzione.
“Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto, e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29)
Questo versetto di Matteo è un versetto particolarmente inflazionato negli ambienti missionari, e negli anni passati l’ho sentito citare decine di volte da diversi testimoni. Lungi dal voler sembrare diversa e originale, anche io ve lo sfodero in occasione di questa lettera che conclude il primo anno di missione qui in Madagascar. Dopo un anno passato con i piedi impolverati di questa terra rossa, non posso dire di aver capito molte cose in più del Madagascar, dei malgasci, dell’insegnamento, ma posso dire con gioia dirompente che ho sperimentato sulla mia pelle le parole di Gesù scritte qui sopra. Vi ho scritto che ogni studente dentro il mio cuore ha un posto con il suo volto scolpito sopra, che quando finisce la scuola rimane un angolo vuoto, e che questo vuoto non è di facile gestione. Oggi posso dirvi che sono grata di quel posto, e del vuoto che ne consegue. Sono grata perchè fare posto ai ragazzi nella mia vita mi ha permesso di allargare i confini del mio cuore, di spingere la mia capacità di amare un po’ più lontano, un po’ più in profondità. Quando sono partita non avevo idea di che cosa avrei vissuto, di chi mi avrebbe accolta, di chi avrei incontrato. Sono partita fidandomi di un sogno e di una promessa, senza sapere che cosa sarebbe nato da questa decisione. In questo anno ho visto mantenuta la promessa, ho visto realizzato il sogno (o almeno, il principio di realizzazione). Non mi aspettavo che partire mi avrebbe permesso di scoprire cosa si prova ad amare così tanto più in grande, a scoprire i confini del proprio amore e spingerli più in là. Che splendore! E che gioia poter avere in dono questa vita per amare così in grande le sorelle e i fratelli che incontriamo! Questo è il “cento volte tanto”.
Concludo mandando un abbraccio a tutti voi in Italia, sapendo che manca davvero pochissimo per rivederci a riabbracciarci di persona. Grazie di cuore anche a tutti voi, che siete la mia prima casa, la mia prima comunità e la mia Chiesa, e senza la vostra presenza nella mia vita questo viaggio non sarebbe stato possibile.
Vi lascio qualche foto, come sempre: le correzioni delle ultime verifiche a casa di Sabrinah, la festa della scuola, alcune foto con i ragazzi negli ultimi giorni di scuola, il 16 luglio (Madonna del Carmelo) festeggiato in casa con le suore, gli ospiti e altri amici.
Vi voglio bene, a prestissimo
Aci















