Ci sono esperienze che non si esauriscono con il ritorno a casa, ma continuano a vivere dentro di noi, cambiando il modo in cui guardiamo il mondo e le persone che ci circondano. La nostra esperienza missionaria in Madagascar è stata così: un incontro con una realtà diversa dalla nostra, che ci ha invitati a rallentare, a riscoprire il valore delle piccole cose e a lasciarci sorprendere da una forma di accoglienza capace di andare oltre le parole.
Siamo partiti con il desiderio di dare qualcosa: il nostro tempo, la nostra pazienza, ma ci siamo presto resi conto di quanto in realtà fossimo noi coloro che avevano ricevuto. Fin dai primi momenti, siamo stati accolti con una spontaneità e una gioia disarmanti: ci hanno aperto le porte, hanno condiviso il loro tempo e coinvolto noi, degli sconosciuti, nella loro quotidianità, facendoci sentire sinceramente accolti in una realtà che avevamo solo sognato o immaginato. Siamo rimasti stupiti perché non siamo stati accolti tramite grandi gesti, m in modo semplice, quotidiano. Siamo stati inseriti naturalmente in una routine che non si è modificata radicalmente al nostro arrivo, si è espansa per permetterci di non sentirci superflui. Sono i sorrisi, l’entusiasmo nei visi delle suore davanti alla nostra voglia di imparare una nuova parola e la naturalezza nel mettersi al servizio che ci hanno permesso di dare un nuovo significato al termine “sentirsi accolti”: non significa rendere il proprio mondo simile alla casa dell’altro, ma essere disposti a fare spazio nel nostro mondo alla presenza di qualcuno che vuole scoprirlo, divenendo una guida che esplora al fianco dei viaggiatori lasciando loro trovare la strada da sé.
Tra gli insegnamenti che ci portiamo a casa da questo viaggio è imperativo citare il cosiddetto “mora mora”, un’espressione malgascia che richiama il procedere con calma, senza fretta, un passo alla volta. Un modo di vivere con il quale ci siamo scontrati. Noi abituati a ritmi scanditi da impegni, orari e dalla continua necessità di programmare ciò che verrà dopo; abbiamo finalmente imparato a dare valore al presente, ad accettare che non tutto possa essere previsto e a comprendere che rallentare non significa perdere tempo. Significa, al contrario, concedersi la possibilità di vivere davvero ciò che accade, di ascoltare chi abbiamo davanti e di accorgerci di dettagli che, nella fretta di tutti i giorni, rischiano di passare inosservati.
Il mora mora ci ha quindi catapultati in un mondo in cui si vive un giorno alla volta, non si ha la necessità di sapere cosa succederà l’indomani anzi in cui parte della bellezza sta nel saper attendere e accogliere quello che verrà. Abbiamo riscoperto il valore dell’incontro, del saper stare che a volte, in una società in cui siamo abituati a correre, tendiamo a dimenticare. Forse non serve sempre andare, spuntare impegni dall’agenda, correre ovunque sperando di non trovare traffico sulla strada, a volte fermarsi, incontrare, lasciarci stupire da quello che vediamo ci fa sentire ricchi.
A questa scoperta si è accompagnata la bellezza della semplicità. La vita quotidiana, lontana da molte delle comodità a cui siamo abituati, ci ha portati a riflettere su quanto spesso consideriamo indispensabili cose che, forse, non lo sono davvero. Abbiamo riscoperto il valore dello stare insieme, della condivisione e dei momenti vissuti senza bisogno di grandi occasioni. Ci siamo accorti di quanto spazio occupino, nelle nostre
giornate, le preoccupazioni per ciò che ci manca, ciò che vorremmo avere e ciò che ancora dobbiamo raggiungere.
Riconoscere questa semplicità, tuttavia, non significa dimenticare le difficoltà materiali e le disuguaglianze che segnano la vita di molte persone. La mancanza di risorse e di opportunità non è qualcosa da idealizzare, né può essere compensata dalla sola capacità di sorridere. È proprio nel confronto con queste realtà che abbiamo sentito ancora più forte l’importanza della dignità, dei diritti e delle possibilità che ogni persona dovrebbe avere. Allo stesso tempo, abbiamo incontrato una ricchezza fatta di relazioni, generosità e condivisione, che ci ha insegnato quanto il valore di una vita possa essere misurato non solo attraverso ciò che si possiede, ma tramite quello che decidiamo di essere ogni giorno.
E poi ci sono i bambini con i loro sorrisi capaci di abbattere le distanze, specialmente quella della lingua, riuscendo a rendere magico anche il più semplice degli incontri. I loro occhi curiosi, la voglia di giocare, la spontaneità con cui si avvicinano e la gioia con cui condividono ogni momento sono tra le immagini che più facilmente tornano alla mente ripensando a questa esperienza e che in un qualche modo riescono ancora a lasciarci una sensazione di calore nel petto e un sorriso sul volto. La loro energia e la loro forza ci hanno messo alla prova, costringendoci a riscrivere le nostre modalità di interagire, a lasciarci travolgere e facendoci emozionare. Insomma, nella loro felicità quasi ingenua abbiamo riscoperto l’importanza di saper essere felici. Non perché la felicità dei bambini possa cancellare le difficoltà con cui convivono, ma perché quei momenti ci hanno ricordato quanto siano importanti la presenza, l’affetto, l’attenzione e la possibilità di sentirsi visti. Ci hanno mostrato il valore che sta nel dedicare tempo a qualcuno, condividere un gioco, fermarsi ad ascoltare o semplicemente ricambiare un sorriso. Gesti piccoli, almeno all’apparenza, che diventano significativi quando permettono di costruire un legame autentico.
Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più profondi che portiamo con noi: non sempre servono grandi cose per creare momenti importanti. Come ci insegna Madre Teresa di Calcutta: “Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano. Ma se quella goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe qualcosa.”
Il ritorno a casa ci riporta inevitabilmente alle nostre abitudini, ai nostri impegni e alla velocità delle giornate. Eppure, qualcosa rimane. Rimane il ricordo dell’accoglienza ricevuta, la consapevolezza che si può vivere con ritmi diversi e il desiderio di non perdere la capacità di meravigliarsi davanti alle cose semplici. Rimangono soprattutto i sorrisi dei bambini e gli incontri con le persone che ci hanno permesso di condividere, anche solo per un tratto, la loro quotidianità.
Il Madagascar non ci ha insegnato che per essere felici bisogna avere meno, né che le difficoltà siano meno importanti quando vengono affrontate con un sorriso. Ci ha insegnato, piuttosto, a distinguere ciò che possediamo da ciò che conta davvero, a riconoscere il valore dell’accoglienza e a dare più spazio alle relazioni.
Forse tornare da una missione significa proprio questo: portare con sé qualcosa che non occupa spazio in valigia, ma che trova posto nel modo in cui scegliamo di vivere ogni giorno. Un po’ più lentamente, con gli occhi più attenti, con le mani pronte a mettersi al servizio, la
porta di casa nostra senza serratura consapevole che la ricchezza non arriva solo a chi è accolto ma anche a chi sa accogliere.
ecco alcune foto:









