Di danze, di morte e di piedi lavati

Carissime amiche, carissimi amici,

Comincio a scrivervi questa lettera neanche tre settimane dopo aver inviato l’ultima, ma qui le cose accadono e per me è importantissimo condividere con voi quanto più possibile della vita qui.

Ciò che mi spinge a scrivervi con così tanto anticipo rispetto al solito è raccontarvi in particolare un avvenimento recente. Qualche giorno fa è morta una delle mie studentesse. Aveva 15 anni ed era malata di drepanocitosi, una malattia ereditaria del sangue che qui è piuttosto comune, purtroppo. Quando qualcuno muore tradizionalmente la famiglia veglia sul corpo del defunto per circa tre giorni, durante i quali tutti i famigliari, gli amici e i conoscenti vanno a fare visita e a esprimere le loro condoglianze. Al rientro in classe dopo le vacanze avevo colto da qualche stralcio di conversazione che i miei colleghi e gli studenti sarebbero andati a visitare la famiglia la mattina seguente; io non sapevo onestamente se sarei stata inclusa nel programma, essendo comunque nuova e straniera, ma i miei colleghi davano invece per scontato che anche io avrei fatto parte del gruppo. Per loro era importante che partecipassi alle loro tradizioni, alla pari, insieme. Come ospite ma anche come insegnante della scuola, parte della comunità che si accingeva a visitare la famiglia.

La mattina della visita le mie colleghe, Hery Nestine e Sabrinah, si sono premurate di farmi sapere che in quanto donna adulta mi sarei dovuta mettere il lamba, un lembo di stoffa rettangolare che si arrotola attorno alla vita, perchè è ciò che le donne indossano in queste occasioni. In questi mesi mi era già capitato di usare il lamba, arrotolandolo per come riuscivo, e ogni volta facevo terribilmente fatica a camminare agevolmente. Quella mattina mi hanno invece aiutata a metterlo le mie colleghe e, neanche a dirlo, riuscivo a camminare molto meglio per il modo in cui l’avevano messo loro. Gli studenti assistevano alla scena divertiti; immagino in effetti che possa essere comico vedere una donna adulta (e aggiungiamolo pure: una donna vazaha) che viene vestita con un indumento, per loro così normale e ordinario, perchè lei da sola non è perfettamente in grado. Una volta vestita per l’occasione siamo partiti alla volta del villaggio dove viveva la ragazza, luogo non distante ma relativamente impervio da raggiungere a causa dell’attraversamento del fiume Faraogny in lakana e di una passeggiata nella foresta tropicale. In ogni momento del viaggio i miei colleghi mi hanno aiutata e aspettata, mi hanno teso la mano sempre, si sono assicurati che stessi bene, che non avessi paura di salire sulla barchetta; mentre attraversavamo la foresta si assicuravano sempre che ci fossi voltandosi indietro. Il momento però che mi ha toccata di più è stato quando siamo arrivati vicino al villaggio della ragazza. A quel punto avevamo finito di camminare nel bel mezzo della foresta, e io ero l’unica drammaticamente sporca. Il percorso su cui abbiamo camminato era un piccolo sentiero fangosissimo, a causa della pioggia torrenziale di qualche giorno prima. I malgasci sono abituati e riescono a camminare senza scivolare troppo e senza sporcarsi; io invece avevo la terra che mi arrivava fino al polpaccio (nonostante il terreno scivolosissimo sono riuscita a rimanere in piedi! si fanno progressi). Poco prima del villaggio c’era un campo coltivato e allgato, e Sabrinah mi ha fatto cenno di andare a lavarmi. Sono scesa e ho tentato alla bell’e meglio di lavare i circa due chili di terra che in un qualche modo ero riuscita a spalmarmi addosso, ma l’acqua era anch’essa piuttosto torbida, quindi più che una pulizia deve essere sembrato un tentativo di lavare lo sporco con lo sporco. Sabrinah era scesa con me, per togliersi un po’ di terra che le si era attaccata sotto i piedi e, una volta finito, ha preso le mie ciabatte che avevo abbandonato di fianco a me, le ha lavate, e dopo ha cominciato a lavare le mie gambe e i miei piedi. Lei, come tutti i malgasci che vivono in campagna sa benissimo come rendere l’acqua limpida anche se appare fangosa in superficie, e in circa un minuto e mezzo ero pulita. Forse potrete capire l’insieme di imbarazzo e gratitudine che ho provato in quel momento, misti a un senso di sacralità dovuto a un gesto così semplice ma che per me porta con sé una serie di significati profondi.

Per tutta la durata della visita mi sono sentita tenuta fra le mani di chi era con me. Mai da sola, mai dimenticata, mai abbandonata a me stessa. Neanche per vestirmi e neanche per lavarmi. Facevo parte del gruppo di “adulti” della situazione, eppure in ogni cosa da fare ero indubbiamente la più piccola di tutti. A voler essere sincera, la sensazione di essere così incapace e così accudita mi ha fatta sentire un po’ una zavorra per tutti gli altri; d’altra parte sono abituata a vivere in un posto in cui si viene valutati a partire da ciò che si sa fare e da quanto in fretta si impara, da quanto poco si è di disturbo, da quanto si è autonomi, mentre io qui non sono nessuna di queste cose. Eppure, nelle mani di Hery Nestine che mi mette il lamba, negli sguardi di Stanislas e Francisco che si assicurano che io non cada e nell’acqua limpida che arriva dalle mani di Sabrinah riesco a sentire le mani e lo sguardo di Dio, che mi prende e mi accompagna a prescindere dalle mie capacità. Per una mattina mi sono sentita un po’ come una bimba di cui prendersi cura, e ho sperimentato per qualche ora quello che Gesù dice in Mt 18,1-5: “In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me.”

Ero inizialmente preoccupata per queste settimane in cui la Debby era tornata in Italia, invece questo posto e queste persone continuano a stupirmi. Nella prima lettera vi avevo raccontato di come in poco tempo mi sentivo già a casa qui, ma ora si fa viva dentro me la sensazione di essere in famiglia. Lentamente ed inesorabilmente si apre la strada delle relazioni nel mio cuore e, per quel che vedo, anche nei cuori di chi mi circonda. Tutto ciò nonostante le mie ancora scarse capacità di lingua, ma davvero il desiderio di aprirsi agli altri e le intenzioni di bene trascendono le questioni pratiche e logistiche. Dopo solo pochi mesi comincio a esistere nello sguardo di diverse persone non più solo come “vazaha” ma come Alice, e questo ha fatto sì che io non mi sentissi così sola come invece temevo. A questo proposito hanno sicuramente aiutato le tantissime feste che si sono susseguite in queste prime settimane di gennaio; l’inizio dell’anno richiede di essere festeggiato a lungo e con quanta più musica possibile. Dal 31 dicembre fino al 3 gennaio è festa di continuo, e anche a scuola si fa festa fuori dall’orario di lezione; si comincia al sabato mattina con un torneo di calcio (in un campo che assomiglia più a un acquitrino a causa della pioggia della notte precedente) e si continua al pomeriggio per ballare tutti insieme. Inaspettatamente ho ballato tantissimo pure io, tirata in pista dalle mie colleghe, sotto gli sguardi divertiti e sbalorditi dei miei studenti che, evidentemente, non si aspettavano che mi unissi a loro. Talmente sbalorditi che ho visto almeno una dozzina di loro riprendermi con il telefono, e nei giorni successivi a scuola in tanti studenti mi salutavano dicendo “mahay mandihy teacher!” (ndt. “teacher, sai ballare!”). Le feste di queste settimane passate mi hanno fatta un po’ entrare nel “ritmo malgscio” come mi ha detto qualcuno qui, e pian piano credo che mi conquisterà anche questo amore per il festeggiare insieme, per questa gioia che non fa stare fermi e che obbliga a ballare, a muoversi insieme agli altri; questa vitalità che esplode felice e incontenibile e che in Italia ho visto poco, se non quasi per nulla. Ovviamente sono riuscita a fare una figuraccia anche alla festa della scuola: si cominciava a ballare alle 14, ma io sono arrivata mezz’ora in ritardo perché avevo perso le chiavi della camera e non riuscivo a trovarle. Dalla veranda riuscivo a sentire la musica che proveniva dalla scuola, ed ero perciò convinta che avessero iniziato. Invece ho scoperto, una volta arrivata, che non avevano ancora cominciato perché mancavo io. Quando mi hanno vista mi hanno detto “Eccoti! Adesso sì che possiamo cominciare”. Una volta capito che il mio clamoroso ritardo aveva rallentato tutti ho cominciato a profondermi in scuse, ma i miei colleghi mi hanno subito frenata: “non fa niente, adesso possiamo festeggiare insieme”. Di nuovo fatico a esprimere lo stupore per la semplicità con cui i miei colleghi mi regalano tutta questa gentilezza e questo riguardo; perchè se è vero da una parte che la mia provenienza e la mia etnia si pone da filtro fra di noi in una maniera che avvantaggia me, sono anche profondamente convinta che le attenzioni e la delicatezza che mi mostrano nascano da un desiderio onesto e caldo di farmi sentire accolta, parte del gruppo e meno straniera.

Da quando ho cominciato a scrivere questa lettera è morto un altro mio studente. Si chiamava Saia, aveva 16 anni ed era della classe 3B. A differenza della ragazza di cui vi ho parlato a inizio lettera, ho ben presente quale dei miei studenti fosse Saia. Era sorprendentemente alto rispetto alla media malgascia, sedeva sempre in prima fila, era il primo a riprendere i suoi compagni quando facevano confusione, si offriva spesso di pulire la lavagna al posto mio e rientrava fra gli studenti che mi avevano fatto spassose dichiarazioni d’amore. In inglese era decisamente fra i peggiori della sua classe, ma durante le lezioni era sempre attento. Saia si è suicidato di venerdì pomeriggio, dopo la scuola. Penso potrete capire lo sgomento che mi ha attraversata nel momento in cui me l’hanno comunicato. Nel giro di tre settimane sono morti due studenti della scuola dove insegno, e quando sono partita mai mi sarei aspettata di partecipare a due funerali nell’arco di un mese… specialmente non a funerali di ragazzi così giovani.

Anche per il funerale di Saia sono andata con i miei colleghi nel suo villaggio a far visita alla sua famiglia. Per la seconda volta i miei colleghi e gli studenti mi hanno fatta sentire parte integrante del loro gruppo, e nonostante le circostanze drammatiche che ci avevano portati lì, anche questa si è rivelata un’occasione per stare con tutti loro. Partenza alla mattina, viaggio in barca e tragitto a piedi, visita alla salma, come la prima volta. A questo punto Fleury mi chiede se voglio tornare a casa, perchè loro si fermano per pranzo in quanto il funerale sarà alle 15. Rimane stupito quando gli dico che preferisco rimanere, e che è importante per me essere presente. Fleury sapeva che al pomeriggio ci sarebbe stata una festa in ospedale alla quale ero stata invitata (non ho capito che festa fosse, ma nel dubbio… c’era una festa), e mi chiede se non voglio tornare neanche per il pomeriggio, e quando gli dico che rimanere con loro è più importante la sorpresa è evidente nei suoi occhi. Per la prima volta mi risponde in maniera semplice e molto seria, dicendo solo “grazie”.  Fra la visita e il funerale ho fatto un giro per il villaggio con Fleury, Solofo (altro collega), e alcune studentesse. Durante la visita hanno provato a farmi imparare il nome di diverse piante malgasce, mi hanno portata a casa di una di loro per mangiare insieme un po’ di ampalibe (in inglese si chiama jackfruit), e abbiamo camminato fino al campo da calcio, dove poi hanno chiesto di farci delle foto insieme. Forse vi farà strano sapere che le ragazze ci tenessero a fare delle foto insieme nel giorno del funerale di un loro compagno, ma qui il lutto viene elaborato in maniera diversa, più enfatica, più comunitaria, meno solitaria, e magari anche meno totalizzante proprio grazie a questa modalità. Dopotutto, la morte qui non è cosa rara, neanche fra i bambini e i ragazzi. Durante la passeggiata c’è stato un momento di cui sono stata particolarmente grata. Mentre eravamo per strada, un passante mi ha salutata in una varietà di lingue fra cui erano distinguibili il francese e l’italiano, ma prima che potessi rispondere ci ha pensato una delle mie studentesse, dicendo: “Oh oh! Tsy mety! Efa gasy izy, efa mahay” (ndt. “non va bene! Lei è già malgascia, sa già parlare”). Queste cose, per quanto piccole e facilmente trascurabili, mi si presentano come regali inaspettati, e mi ricordano che la fatica e l’impegno che le relazioni qui mi stanno richiedendo non mostrano i risultati in maniere grandiose e scintillanti, ma che serve che io tenga gli occhi aperti per vedere lucidamente quanta luce possono far scaturire una manciata di parole dette scherzando per strada.

Questo mese e mezzo è stato saturo di avvenimenti, pieno di celebrazioni festose, accompagnate da cerimonie funebri, momenti di festa, di risate a gran voce, e di pianti corali che si fanno sentire a diversi metri di distanza. La solitudine imposta dalle vacanze in italia della Debby mi ha obbligata a uscire un po’ di più allo scoperto, di iniziare a fare affidamento sulle relazioni qui, di affrontare un po’ quella paura di essere fuori luogo e fuori contesto. Sarò sincera, ancora sono timida, timorosa, tuttora mi sento in imbarazzo a girare da sola e a sentirmi osservata, e se vado a messa alla domenica anzichè al sabato chiedo alle suore se possiamo andare insieme, perchè ad andare da sola mi sento troppo esposta (confido che prima o poi questa cosa passerà… e io la vivrò come una vera conquista, da brava introversa quale sono). Nonostante ciò, ho cominciato a vedere con più chiarezza le mie relazioni qui, il mio modo di stare insieme, di stare con; la mia lenta e graduale apertura verso gli altri si sta pian piano facendo notare, e le porte che tengo aperte alle soglie del mio cuore iniziano a vedere i primi frequentatori. Dopotutto, non sono fatte per rimanere vuote a lungo.

Quando sono tornata da funerale di Saia, sono passata a salutare alla festa a cui ero stata invitata, perchè era presente anche suor Alice, parte della comunità qua di Ampa, ma che era andata a Tana per fare dei documenti. Le ho raccontato della giornata, e lei mi ha chiesto “ma quindi al funerale sei andata a piedi? Proprio come fa una vera missionaria!”. Non sono sicura di meritare un appellativo simile, ma in queste settimane posso dire di aver avuto un assaggio di una vita aperta ad accogliere ciò che arriva, e che per accogliere deve necessariamente condividere. Nei funerali, nel ballare, nel mangiare, nel pregare, tutto ciò che vivo è dono per me da restituire agli altri. Il pianto e il dolore, quanto la gioia e la danza. In questo camminare insieme, con i piedi sempre un po’ sporchi di fango, inizio a cogliere a spizzichi e bocconi che cosa significhi vivere il Vangelo qui.

Come sempre vi lascio qualche foto; stavolta vedrete i presenti al pranzo di Natale, la partita di calcio nel campo-acquitrino (molto da lontano, sennò sarei sprofondata nel terreno), il primo ballo della festa scolastica, alcune bimbe che sono arrivate una domenica pomeriggio in veranda chiedendo di giocare insieme, una sola foto della cena di capodanno, due delle ospiti della casa il giorno di Natale (Olivie con il vestito rosa e Senty con la maglia gialla) e due delle foto fatte con i colleghi e le studentesse il giorno del funerale.

Vi penso tantissimo, e vorrei davvero che tutti voi poteste vedere questa immensa bellezza per come la vedo io.

Vi mando un abbraccio fortissimo.

Con il cuore pieno di gratitudine,

Aci

Ecco alcune foto :