Dal 3 al 12 agosto 2026 si è svolto a Taranto un campo per giovani organizzato dai Missionari Comboniani:
“SCARTI O FRATELLI? Un’umanità alla ricerca di una nuova dimora”
A questo campo di spiritualità e servizio hanno partecipato 13 giovani, che anno operato in due centri: La Casa-famiglia “San Damiano”, con detenuti in semilibertà, e la casa di accoglienza per richiedenti asilo di San Vito.
Pubblichiamo qui la testimonianza di tre giovani che hanno partecipato al campo: Andrea, Benedetta e Giusi.
Testimonianza di Andrea
“È la prima volta che ti sento cantare così forte!”
“Era ora!”
Al cuore dei miei giorni a Taranto c’è stato l’incontro: l’incontro con me stesso, quello con gli altri che hanno scelto di essere lì in quel momento (Benedetta, Giusi, Sonia, Alice, Maria Grazia, Francesco, Camilla, Tihi, Filippo, Maddalena, Alessio, Olena, Giusy, Alberto, Daniele, Marcella, Sergio, Angela) e l’incontro con chi ci ha accolti e abbiamo accolto. Benché si sia trattato nella realtà di più incontri, faccio fatica a tracciare delle linee nette per identificarli a causa dei continui riflessi tra interni ed esterni: meglio quindi “incontro” al singolare. Attorno a questo ci sono sempre stati due satelliti: la preparazione a quell’incontro e l’attenzione ai suoi frutti; il continuo intervallarsi e sovrapporsi di queste tre fasi (preparazione-incontro-raccolto) è stata la meccanica della mia esperienza.
Saper cogliere gigli
Assaporare e vivere autenticamente gli incontri richiede una disposizione di mente, corpo e cuore, e questi sono stati i pensieri messi nella mia bussola, per mantenere la rotta:
- imparare dagli uccelli del cielo a lasciare le preoccupazioni, i pesi e le aspettative che sono di ostacolo all’incontro, fare spazio e alleggerirsi per spiccare i voli quando si presentano le condizioni
- girare lo sguardo, per riconoscersi fratelli e sorelle
- non guardare il margine restando al centro, ma spostare quel centro nel punto equidistante tra me e l’altro, l’altra, gli altri, l’Altro: trasformare il centro in un baricentro
- fare bene ciò che si fa, mettendoci cura e impegno
- ricordarsi che il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce e nemmeno da ciò che ha compiuto: sospendere ogni giudizio, riconoscendo quanto la vita di ciascuno (me incluso) sia un mistero
- prendersi momenti di Sabbat, per recuperare il senso del limite, per cantare con tono deciso – magari sulle note di Vasco – la nostra bellezza in quanto giardini di gigli, per mettere gli abiti belli e celebrare le nostre occasioni
Raccontarsi per (ri)trovarsi
Per me il sole nel microcosmo di Taranto è stato appunto l’incontro con i compagni di viaggio, con i cattivi della casa famiglia San Damiano e con i richiedenti asilo del centro Madre Teresa.
L’elemento più prezioso di questo incontro è stata la convivialità delle differenze: se anzichè parlare la lingua della comunione avessimo parlato quella dell’uniformità, son certo che i semi di questa esperienza sarebbero arrivati meno in profondità. Ciascuno ha avuto il proprio tratto da ricostruire nel ponte dell’incontro.
Un elemento costitutivo del ponte è stato accettare e raccontare le proprie fragilità. Così, quelli che normalmente considero come miei difetti da colmare imponendomi dei cambiamenti (puntualmente accompagnati da frustrazione) sono stati risolti dalla presenza degli altri; l’invidia verso chi non ha le mie fragilità ha lasciato il passo alla gratitudine di aver condiviso i momenti con loro e di poter far tesoro dei racconti di tutti. In questo modo per me siamo stati luce gli uni per gli altri, dandoci l’opportunità di vederci meglio o sotto una nuova luce.
Due insegnamenti vorrei portare con me: che l’incontro non necessita di parole ma di presenza e nasce dagli occhi (grazie, Saddam) e che si può abbandonare la difesa della propria immagine per abbracciarsi in autenticità.
Interligados e interligadas
Dall’incontro di Taranto mi porto qualche domanda verso la società che abitiamo e i suoi scarti:
- come partecipare alla costruzione di una danza armonica tra giustizia, salvaguardia del creato e relazioni umane trasparenti? (grazie a Giustizia Per Taranto per la loro testimonianza)
- come è possibile vivere in maniera sana la propria sfera affettiva e sessuale in celle sovraffollate di 2,30 x 4,30?
- come si valuta la qualità dell’industria?
- come evitare una chiesa che alimenta i sensi di colpa, tanto che non ci si entra perché ci si sente troppo sporchi?
- come porsi di fronte al fatto di essere tratti dalla stessa terra dalla quale è stato tratto chi ha massacrato Bakari Sako?
Chissà se e quando arriveranno le risposte, ma uno degli effetti dell’incontro credo sia proprio l’insorgenza di queste domande, la sensibilità che le fa porre.
Il frutto più succulento che ho raccolto è la bellezza della piccola comunità che siamo stati in quei giorni e le sue dinamiche, che hanno rappresentato una tappa importante del mio sentiero, con la pace nel cuore per la forza dei legami creati, la rassicurazione dell’essere in cammino, la voglia di tornare ad abbronzarsi con il sole dell’incontro.
La forza che ha permesso di non perdere nessuno in orbita, di vagare con consapevolezza tra preparazione, incontro e raccolto è stato lo spirito con il quale abbiamo vissuto tutti i momenti. Uno spirito che mi sa che ha avuto un po’ anche la faccia dello Spirito con la S grande e di cui non posso che ringraziare così forte.
Andrea Reginato
Testimonianza di Benedetta
Mi chiedono di scrivere un articolo, un articolo su Taranto. Taranto non era nei miei programmi, non lo è stato fino all’ultima occasione per me di salire a bordo. A Taranto, mi ci ha portato un’ultima, forte, marea di entusiasmo e di voglia di fare. Ma fare cosa? Manutenzione. “Oddio non sono capace”. Onestamente é tutto quello a cui ho pensato prima di partire; il che fa strano, a posteriori. Perché a posteriori non riesco più a smettere di pensare, mi si accavallano nella mente tutti i pensieri che non ho mai avuto nel corso del campo. Tornerò ad essere così felice?
Punto primo: felicità
Dal momento in cui ho messo piede in terra tarantina ho sentito aria, forse di mare, forse solo fresca, forse di qualcos’altro che non avrei colto fino alla fine del percorso e forse neanche lì. C’era leggerezza, forse una sorta di promessa. Comunque sia, questo, sono in grado di dirlo solo adesso, mentre passeggio sul viale dei ricordi e cerco di risentire un minimo di quella brezza. Chi è spontaneo agisce, chi è nostalgico pensa e rimpiange. Forse entrambi possono coesistere nella felicità. E forse la felicità può stare in entrambi i luoghi, in tutti i luoghi. Ma soprattutto é in quelli di dolore, dolore che incontra dolore è qualcosa di simile alla felicità. Continuerò a chiamarla felicità, il sostrato dei miei giorni a Taranto, il ricordo dei miei giorni a Taranto, presente e passato, presente e futuro. Chiodo fisso nella mia testa, non ricordo settimana più felice di quella. Ma nulla nasce dal niente, né dai diamanti, solo dal letame. Dagli scarti. Scarti di chi? Di una società che non vuole sentire, di un uomo che non vuole vedere, di chi si rifiuta di parlare. Ma io voglio parlare, non ho mai avuto così tanta voglia di raccontare e contemporaneamente essere stata così tanto delusa dalle mie parole. Lo sono ancora, mentre scrivo. Ma tacere non darebbe alcun sollievo né giustizia. E a Taranto c’è sete di giustizia, giustizia per gli abitanti, giustizia per Bakari, giustizia per le storie. Storie raccontate sull’orlo mal cucito del pianto, storie che hanno vita propria, storie che non si possono nemmeno immaginare, solo ascoltare. Dal vivo. Sulla pelle. Storie di chi? Di chi si è aperto con noi, probabilmente in tutto quello che poteva, in questa strana corsa a chi ha più dolore. Ho capito ben presto che avrei solo potuto gareggiare da fondo pista, rassegnata ad essere doppiata di giro in giro. Gli ultimi saranno i primi, ma non qui.
Parte seconda: dolore
In realtà il dolore viene prima, viene sempre prima. Sia nell’alfabeto che nella vita reale, della felicità. Eppure non ha più importanza, solo più ruolo, nel cammino di queste persone. Fratelli, sicuramente in primis, di dolore. Il dolore è salito piano piano, in questo cammino. Si nasconde, anche se é palpabile, non si mostra finché non ne ha lo spazio. E a Taranto c’era spazio, tantissimo spazio, ovunque, tranne che tra noi e voi. Lí non c’era neanche un centimetro. Non distanza, solo pienezza. Ci siamo capiti subito, abbiamo superato barriere (linguistiche, culturali, sociali) che esistono solo per chi le vede. Ed io, noi abbiamo visto solo persone. Abbiamo visto solo persone fragili, gigli, nel deserto da cui siamo circondati. Il mondo ci vuole sterili, il capitalismo ci vuole sacrificare sull’altare dell’indifferenza e della rassegnazione. Non mi stancherò mai di ammettere che io lí ci sono morta, e quello é stato il dolore, e ci sono rinata, e quella é stata la felicità; che ho sentito piano piano sciogliersi dentro di me il ghiaccio dell’inverno per lasciare spazio alla fioritura di qualcosa di nuovo e di grande, seppur diverso e ingombrante. Noi persone
siamo anche quello che gli altri ci permettono di essere. E se nel mondo si fa fatica a crearsi uno spazio, in casa famiglia ognuno aveva il proprio. Questo lo devo a voi, di casa famiglia. Vi ammiro tanto, dal profondo di me stessa, che ancora non so cosa sia. Ma lì lo abbiamo suscitato e ora la mia superficie non mi va più bene. Magari troveremo il modo. Di andare oltre la vergogna, pure noi comuni mortali, come avete fatto voi, e come ancora vi abbiamo visto fare, di giorno in giorno, ad esporvi e fare i conti con la vostra storia e con la vostra interiorità. Non ci sono sconti nell’animo umano, né nella vita dei poveri. Solo tanti misteri. “Nel mondo dei poveri c’è un mistero, un qualcosa che dà loro voglia di vivere e camminare nonostante tutto”. “Fuori dai poveri non c’è salvezza”.
Parte terza: salvezza
Cosa vuol dire salvarsi? E poi salvarsi da cosa? Gesú salvò Pietro dalle acque. Gesú si era presentato ai discepoli, che stavano su una barca agitata dal vento e dalle onde, camminando sul mare. I discepoli si spaventano e credono sia un fantasma, ma Gesú cerca di rassicurarli. Allora, Pietro chiede che Gesú gli comandi di camminare da lui sulle acque, ma, nel mezzo del percorso si impaurisce e comincia ad affondare. Chiede salvezza, e Gesú subito gli porge la mano. Che gesú sia la salvezza? Che non possiamo vedere ma percepire? Ma é davvero così?
Questa è la parte in cui non ho risposte, a malapena ho le domande. Questa è la parte che ci coinvolge tutti ad un livello profondamente esistenziale. Conflitto di opinioni, di ideali, di approcci, tutti in nome di una qualche cosa a cui affidiamo la nostra salvezza. Questa è la parte della fede. Credere in questo o in quell’altro, credere in niente, solo modi di cercare o rifiutare salvezza. Io credo in quello che ho visto nascere a Taranto. Rapporti genuini, di fratellanza, di amicizia, senza fine né scopo. Credo nelle persone che ho avuto accanto per tutto il tempo, che hanno accolto il mio dolore e le mie angosce. Credo in una comunità di fratelli, alla ricerca di salvezza dal dolore del mondo. Credo in tutti coloro che sanno cosa voglia dire toccare il fondo, e poi ritoccarlo, scoprendo che non c’è mai veramente un fondo che tenga e che si può sempre andare più giù. Ma non per questo bisogna smettere di credere e di chiedere aiuto. Salvezza. Credo a tutti colori che chiedono salvezza, come Pietro, perché non possiamo camminare sulle acque ma solo nuotarci dentro. Credo a tutti coloro che nuotano, entrando nel vivo delle situazioni e dei problemi, senza rimanere a guardare dalla loro confortevole barchetta. Che prima o poi verrà smossa dal vento e non c’è niente che possa impedirlo. Non siamo fatti per rimanere sui nostri divani, a guardare il mondo che brucia. Siamo fatti per ardere, insieme, per tutto quello che ci interessa e ci sta a cuore. Per essere qualcuno/a che si sporca le mani e si carica il peso dell’ingiustizia sulle spalle. Credo nelle persone che hanno perso la strada, che non l’hanno mai conosciuta, che si sono visti crollare le certezze o che non le hanno mai avute, ma che hanno trovato la forza di camminare, di nuotare. Credo nelle persone che non hanno mai avuto la loro barchetta e che nel mare ci sono nati, sempre sballottati dalla corrente. Ognuno ha la propria croce, ognuno le proprie tempeste, ma quella mano che ci tira fuori dall’acqua la cerchiamo tutti. Un appoggio e un conforto lo vogliamo tutti. E allora lasciamo cadere i muri, prepariamoci ad essere ponti, a sognare insieme un cammino condiviso. Non mi devo aggrappare a nessuno ma posso camminare con tutti. Grazie a tutti voi di casa famiglia San Damiano e del centro Madre Teresa, la cui verità si manifesta direttamente dall’anima, profondamente, senza barriere, come attraverso la pelle. Vi ho ancora nella mente, lì, davanti alla porta, a salutarci, ed io piangente in macchina.
Disperazione. Che segue ad una settimana da favola. Grazie a tutti voi con cui ho condiviso il campo, ogni tanto assistiamo a magici incastri di diversi tasselli di uno stesso mosaico. Mi mancate, ogni singolo pezzo. Grazie a chi ci ha guidato e tenuto la mano nel percorso, la vita vista dai vostri occhi sembra proprio bella. E noi pure ci siamo sentiti belli quando guardati da voi. Siete preziosi, perle rare portate a galla dal mare. Siete esempi di umiltà e di perseveranza, di resilienza e di amore.
É il momento di cogliere i frutti dall’albero. Ma ogni frutto richiede il suo tempo e cambia sapore e consistenza prima di maturare, e anche dopo. So che alcuni frutti li ho già colti, alcuni li sto cogliendo proprio ora che scrivo e per gli altri dovrò attendere silenziosamente. Ma d’altronde anche Dio si fermò, il settimo giorno. Il tempo del “sabbat”, di cessare ogni opera e cogliere i frutti. Di custodire il proprio santuario interiore e darsi una direzione. L’uomo che non si ferma è destinato alla pazzia. E il mondo sta un po’ prendendo quella direzione. Resistiamo e non facciamoci sommergere. L’impulso più forte che mi porto dietro, da Taranto, è il desiderio di poter uscire dalla bolla fatata in cui sono cresciuta e farmi una pelle mia, stando assieme a persone che la pelle se la sono fatta a suon di graffi e cadute.
Benedetta Cavani
Testimonianza di Giusi
«Gridiamo con forza: no agli uomini e alle donne come materiale di scarto! In questa città ci sono quelli che entrano nel sistema e quelli che sono di troppo, per i quali non c’è né pane né dignità».
Queste parole di Jorge Mario Bergoglio, pronunciate quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires, mi sono tornate alla mente più volte durante i nove giorni trascorsi a Taranto. Parole che, il primo giorno, avrei probabilmente ridotto ad una denuncia rivolta alla società e alle sue ingiustizie. A Taranto, invece, hanno iniziato ad assumere un significato diverso: hanno preso forma nei volti delle persone incontrate, nelle loro storie e nei momenti condivisi. È stato lì che ho iniziato a chiedermi cosa significhi davvero considerare qualcuno uno “scarto” e cosa significhi scegliere di guardarlo come un fratello.
Da qui partono poi tutte le altre domande: chi sono gli scarti? E soprattutto, chi decide chi può essere considerato tale?
Sono partita per Taranto senza avere grandi aspettative. Avevo scelto di partecipare a questo campo missionario con l’idea di vivere qualcosa di leggero, poco impegnativo, forse senza immaginare quanto quella settimana avrebbe finito per interrogarmi.
Eravamo in tredici, sei da Modena (Io, Andrea, Benedetta, Sonia, Mariagrazia e Camilla), sei da Venezia e Padova (Alice, Maddalena, Francesco, Tihi, Alessio e Olena) e una ragazza di Taranto (Giusy). Tutti provenienti da realtà diverse, con storie e percorsi differenti.
Le nostre giornate erano molto intense, iniziavano con la preghiera e proseguivano con le catechesi di Fratello Alberto, Padre Daniele e Filippo. Dopo la catechesi avevamo un’ora di “deserto”, un tempo in cui stare in silenzio e lasciare che tutto ciò ascoltato diventasse spunto per arricchire la nostra riflessione personale. Ed è stato proprio lì, nel silenzio, che alcune parole hanno iniziato a toccarmi più profondamente. Tra tutte, ce ne sono due che hanno accompagnato in modo particolare questa mia esperienza e sulle quali mi sono ritrovata a riflettere più a lungo: fraternità e fragilità.
Abbiamo parlato di fraternità, non semplicemente come di un atteggiamento gentile verso gli altri, ma come di una vera e propria vocazione dell’essere umano. Ma cosa significa davvero essere fratelli in una società che continuamente ci insegna a distinguere, classificare e giudicare? Una società nella quale sembra avere più
valore chi è forte, efficiente, produttivo, capace di raggiungere determinati risultati. E chi, invece, non riesce a stare al passo? Chi rimane indietro, chi sbaglia?
Erano riflessioni che, ascoltate durante una catechesi, potevano sembrare lontane dalla vita quotidiana. A Taranto, però, ho iniziato a capire che la fraternità non è un concetto astratto e non si costruisce soltanto attraverso grandi gesti. Può iniziare dalle cose più semplici: sedersi accanto a qualcuno, ascoltarlo, giocare insieme, ridere, condividere del tempo, chiamare una persona per nome e permetterle di essere semplicemente se stessa. È stato proprio attraverso questi piccoli gesti che, nei giorni trascorsi a Casa Famiglia San Damiano, ho iniziato a capire cosa significasse.
Nel pomeriggio ci dividevamo in due gruppi. Alcuni si occupavano delle lezioni di italiano con persone richiedenti asilo ospiti della casa Madre Teresa; altri, tra cui io, andavano alla Casa Famiglia San Damiano, dove abbiamo svolto attività di manutenzione insieme ai ragazzi accolti dalla struttura.
La manutenzione occupava forse trenta minuti. Il resto del tempo lo passavamo a giocare, cantare, ridere e parlare. E la cosa più sorprendente è stata proprio la semplicità con cui è caduta quella distanza che immaginavo potesse esserci. Non avevamo davanti dei numeri, delle etichette o delle persone “pericolose”. Avevamo davanti delle persone. Persone con un nome, un carattere, dei sentimenti, delle paure, dei sogni e un passato a volte doloroso.
E’ forse proprio questa la cosa che mi ha fatto più riflettere su quanto sia facile costruire un’immagine di una persona senza averla mai incontrata davvero.
Prima dell’incontro ci sono le etichette. Dopo l’incontro rimane il volto.
E quando conosci qualcuno, quando ascolti la sua storia, quando ridi insieme a lui, diventa molto più difficile considerarlo uno “scarto”.
E in modo quasi naturale abbiamo iniziato a sentirci amici. Sembrava di conoscerci da una vita. Loro si sono aperti con noi e noi ci siamo aperti con loro. È stato un incontro molto più semplice di quanto avessi immaginato, proprio perché non richiedeva grandi discorsi: bastava esserci.
“Dobbiamo abbattere i recinti delle nostre normalità, chiamare le persone per nome, abitare i loro luoghi, rispettare i loro tempi, ascoltarli, respirarne gli affanni e infine vederli non come persone da guarire […]. È così che ci riscopriamo compagni di strada.” (M. Cozzi)
Questo è quello che è successo a San Damiano. Abbiamo abbattuto, almeno per qualche ora, un recinto. Il recinto costruito dalla società, ma anche quello che inconsapevolmente costruiamo dentro di noi quando dividiamo il mondo tra “noi” e “loro”, tra le persone “normali” e quelle che “hanno qualcosa che non va ”.
Abbiamo parlato di fragilità. La fragilità è proprio ciò che la cultura della potenza ci insegna maggiormente a nascondere. Ci abitua a pensare che dobbiamo essere forti, autonomi, capaci di farcela da soli. Ci fa credere che avere bisogno di qualcuno sia una debolezza, che mostrare le proprie difficoltà significhi esporsi troppo, che fermarsi quando tutti corrono sia quasi una colpa. Così impariamo a costruire una versione di noi stessi che sia sempre all’altezza, sempre capace, sempre pronta a dimostrare qualcosa.
Forse siamo così concentrati sul diventare forti da dimenticarci che nessuno è forte sempre. Tutti, prima o poi, attraversiamo momenti in cui abbiamo bisogno di essere ascoltati, accolti, aiutati. Tutti possiamo cadere, sbagliare, sentirci persi o semplicemente non riuscire a stare al passo. La fragilità, quindi, non è qualcosa che appartiene soltanto agli altri, appartiene a ciascuno di noi. E’ proprio quando smettiamo di vergognarci della nostra fragilità che diventiamo capaci di incontrare davvero quella degli altri.
Ed è qui che la fragilità incontra la fraternità. Non è ciò che ci divide, ma ciò che può avvicinarci. Ci ricorda che nessuno si basta da solo e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Essere fratelli significa anche questo: avere il coraggio di mostrarsi per quello che si è, senza paura di non essere abbastanza, e trovare nell’altro non qualcuno da giudicare per le sue fragilità, ma qualcuno con cui condividere le proprie.
Il tempo trascorso a San Damiano mi ha lasciato così tanto. Pensavo di andare lì per dare qualcosa e mi sono accorta di aver ricevuto molto. Pensavo che sarei stata io ad avere qualcosa da insegnare e invece ho imparato attraverso una partita, una risata, una canzone, una conversazione.
Torno quindi da Taranto con una domanda che forse non ha ancora una risposta definitiva: quanto siamo disposti a cambiare il nostro modo di guardare gli altri?
Il mondo continua a costruire recinti. Divide tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi è utile e chi non lo è, tra chi è efficiente e chi è fragile, tra chi merita una seconda possibilità e chi viene identificato per sempre con i propri errori.
Ma durante questi nove giorni ho incontrato persone che mi hanno ricordato che dietro ogni etichetta c’è un volto.
E UN VOLTO NON E’ MAI UNO SCARTO.
Per concludere questa riflessione riporto questo invito: “Siate protagonisti, non guardate la vita dal balcone, ma buttatevi dentro.”
Credo che esperienze come questa servano proprio a questo: a smettere, almeno per un momento, di osservare la realtà da lontano e scegliere di entrarci dentro. A sporcarsi le mani, a lasciare da parte le proprie certezze, a incontrare le storie degli altri senza la presunzione di poterle risolvere, ma semplicemente con la disponibilità a esserci, a stare, ad ascoltare. A volte basta condividere un pezzo di strada, un
sorriso, una parola, qualche ora del proprio tempo. E, senza accorgercene, scopriamo che quelle persone che pensavamo di poter aiutare sono state proprio loro ad arricchire la nostra vita.
Per questo, non abbiate paura di partire. Viaggiate, incontrate, lasciatevi spostare dalle persone e dalle storie che incrocerete. Uscite, almeno per un po’, da ciò che conoscete e dalle vostre sicurezze. Perché è proprio quando ci concediamo di andare verso l’altro che iniziamo davvero a capire qualcosa in più anche di noi stessi.
Sono partita pensando di vivere qualcosa di leggero.
Sono tornata con pensieri più grandi e tante domande.
Ma una cosa è certa, ho smesso di chiedermi chi fossero gli “scarti”.
Soprattutto, ho scoperto che quei ragazzi della Casa Famiglia, che all’inizio avrei potuto guardare attraverso il filtro della loro storia, sono diventati semplicemente questo:
FRATELLI.
Giuseppina Botta






