Carissime amiche, carissimi amici,
Dall’ultima lettera è già passato un po’ di tempo, e penso sia giunto il momento di ricominciare a scrivervi; tanto ci vorrà qualche settimana prima che questa lettera sia conclusa e vi raggiunga.
Qui il caldo è pressante, umido e appiccicoso, e per una come me che lo soffre particolarmente non è certo piacevole. Le giornate sono decisamente più faticose, anche a causa dei tetti in lamiera che non favoriscono il raffrescamento degli ambienti già piccoli e stipati della scuola (quindi oltre al calore del sole sulla testa, c’è anche il calore umano che sprigionano i miei studenti… bellissimo da un punto di vista affettivo e poetico, un po’ meno sul piano pratico). Queste settimane hanno portato anche una certa dose di fatica sul piano lavorativo, il tutto a “causa” degli studenti di 3e. Non perché si comportino eccessivamente male, anzi, ma quest’estate dovranno affrontare l’esame di stato. Normalmente, questo non provocherebbe troppe preoccupazioni, ma quest’anno i miei colleghi sono in stato di allerta perché dei 106 studenti delle due classi terze, in 67 hanno scelto di fare anche l’esame di inglese, che in Madagascar è facoltativo. Da quello che ho capito, gli anni scorsi il numero di studenti che hanno scelto inglese si aggirava intorno alla ventina… quindi quest’anno sono più che triplicati. Il motivo di tanta preoccupazione risiede nelle prestazioni attese dagli esiti di questo esame. L’anno scorso la nostra scuola si era classificata prima fra tutti gli istituti per il numero di studenti promossi e per aver avuto la media dei voti più alta. Il fatto che così tanti ragazzi scelgano di fare inglese mette a rischio questa statistica, perché è una materia più nuova, le risorse sono pochissime e i ragazzi difficilmente riescono a giungere agli stessi risultati delle altre materie.
In una riunione (alla quale erano presenti anche Claudio e Theodille via chiamata) i miei colleghi mi avevano chiesto se fossi disposta a cambiare classi, a insegnare alle classi più piccole e lasciare le 3e al mio collega. La proposta mi ha colta un po’ alla sprovvista, perché difficilmente i miei colleghi si mostrano contrariati rispetto alle cose che faccio; in quella sede invece Fleury ha espresso la sua preoccupazione per il fatto che non stessi seguendo il programma previsto dal ministero, e quindi temeva che questo avrebbe avuto ripercussioni negative sulle performance dei ragazzi. A onor del vero, devo dire che non seguo i programmi, ma per un motivo ben preciso: come posso spiegare ai ragazzi il periodo ipotetico del terzo tipo, se non sanno neanche come formare delle frasi al futuro semplice? Il mio focus nelle lezioni di quest’anno non è il programma ministeriale, ma è tentare di fornire ai ragazzi qualche strumento di base per poter capire meglio l’inglese, per abituarsi a sentirlo, a scriverlo e a parlarlo. Non so dire se effettivamente ci siano i risultati sperati, ma in coscienza non posso tralasciare il livello reale dei ragazzi per poter depennare da una lista ministeriale infinita quanti più argomenti possibili. Per fortuna, in Theodille e Claudio trovo sempre tanto sostegno e appoggio, e quindi sto continuando a insegnare alle 3e (con il compromesso di lasciare a Fleury qualche lezione per fare alcune parti di programma più complesse e che non saprei spiegare in malgascio). Il tutto si è risolto senza troppi drammi, ma non vi nascondo che l’episodio della riunione è stato abbastanza spiacevole da vivere. Mi era già stato detto varie volte che, in genere, le persone malgasce non parlano troppo direttamente; al di là di questo c’è sempre una barriera culturale che continua a portare con sé gli echi di una storia che è stata pesantemente e violentemente colonizzata, ma per quanto io possa razionalizzare e giustificare a posteriori, è comunque sgradevole sentirsi lasciata all’oscuro dei pensieri, delle preoccupazioni e dei problemi da parte dei miei colleghi.
Non vi sono soluzioni a breve termine per questo tipo di situazioni, penso semplicemente che mi venga richiesto di portare pazienza, e di continuare a vivere la realtà attraversando con costanza le barriere, le diffidenze e le difficoltà. Per me è complicato capire come vengo percepita dalle persone qui, e nonostante io pensi di poter dire che i miei colleghi abbiano una buona opinione di me, è anche innegabile che non basterà di certo la mia sola presenza a riscrivere le loro narrazioni interne rispetto alle persone occidentali, men che meno nell’arco di otto mesi (così come non sono bastate tutte le vite intere che tanti missionari prima di me hanno donato). In questi ultimi giorni scherzo spesso con i miei colleghi sul colore ancora latteo della mia pelle. Quando capita di essere per strada insieme a loro, mi riferiscono sempre lo stupore degli astanti per quanto la mia pelle sia pallida, e di come venga paragonata al colore del riso appena pulito o al latte degli zebù. I miei colleghi sono abituati alle mie fattezze, ma comunque esprimono una certa sorpresa per il fatto che la mia faccia davvero non prenda neanche un minimo di colore, soprattutto perché gli altri italiani che sono qui sono tutti più abbronzati di me. Ogni tanto mi dicono che quando avrò abitato in Madagascar per tanto tempo anche io sarò più scura. Temo che la genetica non possa essere sconfitta così facilmente neanche da un sole sfiancante e insistente come quello che ci dà il buongiorno qui nella foresta, ma magari ciò che riuscirà a cambiare saranno gli occhi di chi guarda, e per allora sapremo cogliere qualcosa di famigliare anche in dei volti che ci parlano di lontananza, anziché di casa. Un cambio di sguardo, più aperto e più profondo, che sappia intravedere le somiglianze e le bellezze che ciascuno porta dentro di sè, in un posto prezioso e intimamente radicato, che per essere raggiuto chiede di non fermarsi sulla soglia protetta da alcuni strati di pelle (bianca o nera che sia).
Tornando agli studenti, vi confermo che sono assolutamente innamorata di tutti loro. Non sempre si comportano bene, e anzi, di tanto in tanto si approfittano della sottoscritta, che oltre ad essere straniera è pure giovane. Mio malgrado rientro pienamente nello stereotipo dell’insegnante giovane, gentile e con poca esperienza; il tutto è ovviamente accentuato dal fatto che il mio malgascio migliora lentamente, e quindi mi è ancora difficile capire che cosa dicono i miei studenti il più delle volte. Negli ultimi tempi ho cominciato ad essere un po’ più severa, anche perché in alcune classi si è reso necessario un cambio di atteggiamento, altrimenti passano le mie lezioni a fare confusione e basta… l’altro giorno ho addirittura sgridato una classe perché non riuscivo proprio ad andare avanti con la spiegazione visto che stavano tutti serenamente chiacchierando e scherzando. Non so bene se quello che ho detto in malgascio sia stato efficace, anche a causa del fatto che tentare di parlarlo quando sono presa da emozioni particolarmente intense, come la rabbia, non è semplicissimo. Per fortuna, il linguaggio non verbale è ancora più chiaro ed esplicito di qualsiasi parola o discorso, e i ragazzi sono rimasti interdetti dal vedermi così arrabbiata per la prima volta in tutto l’anno. Dubito che questa sgridata avrà avuto davvero qualche effetto duraturo, ma almeno è un passo in avanti per me sull’atteggiamento da tenere in classe.
Oltre allo studio, le lezioni, le sgridate e le risate con i ragazzi, questi mesi hanno portato con sè la possibilità di conoscere un po’ più da vicino le situazioni e le storie di alcuni dei miei studenti. Alcuni di loro sono figli di persone istruite, insegnanti o dottori, ma la maggior parte proviene da famiglie piuttosto povere, numerose, e che praticano lavori saltuari o soggetti a cambiamenti in base alla stagionalità delle coltivazioni. Per tre settimane nel mese di marzo la scuola provvede a organizzare la mensa per tutti gli studenti, perché marzo è un mese di magra, e il rischio principale che gli studenti corrono è quello di saltare diversi giorni di scuola perché non hanno la possibilità di mangiare. Quando provo a immaginarmi nella realtà concreta i miei studenti che tornano a casa dopo scuola, magari avendo camminato diversi chilometri per andare e tornare, sapendo che a casa non li aspetta assolutamente nulla da mangiare, mi si stringe il cuore, nel senso letterale della parola. Le persone che possono contare solo su un pasto al giorno sono più di quelle che io mi immagino, perché la povertà porta con sè un forte senso di vergogna, che spesso fa tacere uno stomaco che brontola con la forza di volontà, per continuare tenere stretto fra le mani il proprio senso di dignità.
La mensa dura solo per tre settimane, perché non c’è la possibilità di farla per un periodo più lungo, ma questo non significa che passate quelle tre settimane, la questione del cibo si sia risolta per tutti. Un esempio di qualche giorno fa, è uno dei miei studenti di 3e. Si chiama Jean de Dieu, per la maggior parte delle volte è uno scapestrato totale, in classe non tace mai, in ogni lezione devo spronarlo perché si metta a fare gli esercizi, ma è anche molto simpatico e mi fa spesso ridere nel suo essere pienamente adolescente (una volta mi ha chiesto la traduzione in malgascio di “sexually”, sapendo ovviamente molto bene di che cosa si trattasse). Qualche giorno fa ho saputo da Hery Nestine che lui non torna mai a casa durante la pausa pranzo. Lei era convinta che fosse perché si portava il pranzo da casa, ma invece con sé non aveva niente. Il pranzo che potrebbe portarsi da casa sarebbe solo un pugno di riso con delle foglie di manioca pestate, e si vergogna a portare con sé un pranzo così povero, quindi sta a digiuno. Ciò che mi ha sorpreso però, è stato scoprire che i suoi compagni gli davano sempre una parte del loro pranzo. Lo condividevano con semplicità e generosità. Non dubito del buon cuore dei miei studenti, ma immagino che non debba essere facile privarsi del poco che si ha per condividerlo con qualcun altro, soprattutto se si tratta di un pranzo che già in partenza non è particolarmente abbondante (tenendo anche conto del fatto che gli adolescenti non smetterebbero mai di mangiare, visto che sono in un periodo di crescita).
Oltre alle problematiche legate all’alimentazione, ne sono emerse altre. Rousso, un altro studente di 3e, per diversi giorni non è venuto a scuola. Quando l’ho rivisto a lezione mi sono presa un paio di minuti per chiedergli se fosse stato malato, perché era da un po’ che non lo vedevo. Qualcuno di malato c’era, ma non era lui, bensì sua mamma. Lui era stato a casa perché non c’era nessuno che si occupasse di lei e della casa, quindi è toccato a lui farle da mangiare, lavarle i vestiti e occuparsi della casa. Non so se abbia anche dei fratelli più piccoli, fatto sta che ha dovuto rinunciare a studiare per una settimana per prendersi cura di sua mamma in ospedale (qui l’ospedale fornisce le cure ma non può provvedere ad altro, quindi servono i parenti per occuparsi del malato. In alternativa, anche qualcuno di pagato apposta, se si hanno i soldi). Lo stesso è capitato a Francette, studentessa di 4e. Papà in ospedale, mamma a occuparsi del marito malato, e lei in casa a occuparsi dei suoi fratelli e della casa. I genitori di Francette sono stati convocati a scuola per giustificare le assenze della ragazza, e quando hanno spiegato la situazione, i miei colleghi hanno accolto la risposta con nonchalance, annuendo come se stessero ascoltando un normalissimo racconto di vita ordinaria. Per loro in effetti è così, queste situazioni sono molto comuni. Io invece mi trovo a contemplare tutte quelle cose che noi in Italia diamo per scontate, come il fatto che un ospedale si possa permettere di provvedere anche ai bisogni dei malati che esulano dai medicinali, mentre qua sono un lusso inimmaginabile. L’ultima studentessa che vi nomino si chiama Pascaline, anche lei studentessa di 4e, di circa 16 anni. Lei è la studentessa che a novembre mi aveva portato i primi letchi della stagione. Ho scoperto la scorsa settimana che è orfana di entrambi i genitori e che vive con una sua sorella più grande. La sorella pare che sia stanca di prendersi cura di Pascaline, e le ha detto che non è più disposta a supportare il suo percorso di studio. Pascaline durante il weekend è abituata a lavorare, vendendo per strada i mofo mamy (dolcetti fritti) o lavando i panni delle altre persone, al fine di contribuire alle spese domestiche, ma evidentemente per la sorella non è più abbastanza. Lei desidera ardentemente continuare a studiare. Per fortuna qualche giorno fa ha potuto parlare con Theodille nel tentativo di trovare una soluzione a questa situazione.
Ed io dove sto in tutto questo? Ottima domanda, ma mi dispiace ammettere che non ho una risposta valida. Anzi, è una domanda che in primis pongo a me stessa. E tu Alice, dove stai? come ci stai in queste situazioni?
Non so quanto tempo ci vorrà per trovare una risposta adeguata, ammesso che esista. Il più delle volte rimango attonita quando sento parlare in questi termini dei miei studenti, perché mi sembra che siano situazioni surreali. Una parte di me si chiede “ma com’è possibile che dei ragazzini così giovani non abbiano da mangiare? In che senso un ragazzo di 16 anni deve stare a casa da scuola per assumersi il ruolo del capofamiglia? In che senso una ragazzina viene messa così tanto alle strette dalla sua vita che passa il suo tempo libero a vendere ciambelline per strada o a fare il bucato altrui?”. Mi faccio queste domande, pensando a quanto siamo viziati noi in Italia, noi in occidente, che abbiamo costruito nel corso dei secoli un sistema che per farci vivere nelle comodità ha bisogno di schiacciare gli utlimi della terra. Penso a tutte quelle volte in cui mi sono preoccupata di inezie, di cose superficiali, a quelle volte in cui ho basato il valore della mia vita sulla quantità di oggetti presenti in casa mia. Guardando negli occhi dei miei ragazzi, ridendo e scherzando con loro, chiacchierando insieme, mi rendo conto di quanta Vita scorra fra le classi della scuola, e di come sia un dono immenso poterla condividere con loro. Sempre Pascaline una volta mi ha detto che la vita in Italia sembra molto più bella di quella in Madagascar, perchè le avevo detto che in Italia la scuola è alla portata di (quasi) tutti, così come le cure mediche. Ho voluto dirle che anche in Madagascar la vita è bella, ma lei mi ha guardata dritto negli occhi e mi ha detto “no, la vita qui in Madagascar non è bella. Qui non c’è niente. Se non ci fosse madame Theodille che ci aiuta, nessuno di noi potrebbe studiare. In Italia siete davvero beati ad avere tutte queste cose”. Non ho saputo cosa rispondere, e come avrei potuto? Come potrei osare reiterare la mia posizione, la mia convinzione che anche la vita qui sia bella, quando non sono io delle due quella che passa il weekend a vendere dolcetti per pagarmi gli studi? Come posso essere credibile, quando io e lei partiamo da presupposti così diversi? Io ho scelto di venire qui, e se per qualsiasi motivo decidessi di voler tornare in Italia domani potrei farlo. Pascaline, Rousso, Francette, Jean de Dieu e tutti i miei studenti non hanno il lusso di prendere e partire, di fuggire via da una vita che gli ha fatto conoscere fatiche e sofferenze sproporzionate per la loro età. Stare con loro mi costringe a guardarmi dentro, più da vicino, più in profondo. Mi costringe a stare in silenzio e a interrogarmi su come stare in tutta questa Vita che vedo intorno a me, così prossima e attigua alla mia, eppure nettamente distinta da retroterra che conoscono abitudini, possibilità ed esperienze lontanissime fra loro.
Vorrei davvero poter risolvere i problemi di tutti i miei studenti, ma non ne ho la possibilità, e inoltre non sono venuta per questo. Ciò che posso fare realmente è insegnare inglese. Non è molto, non è abbastanza, forse è fin troppo poco, ma è il pezzo che posso fare io. Posso imparare ad amare i miei studenti attraverso l’impegno che metto nel mio lavoro, attraverso il gesso che si consuma sulla lavagna, attraverso le dosi infinite di pazienza che bisogna adoperare, attraverso il buon umore e il desiderio di fare lezione al meglio delle possibilità che ci sono. Posso imparare ad amare donando il meglio della mia intelligenza, delle mie conoscenze, della mia gentilezza, della mia cura, del mio affetto. I miei studenti meritano molto più di quello che ho da dare, meriterebbero opportunità migliori, una vita che sia all’altezza dei loro sogni, un mondo che si cura di ogni essere umano e che ridimensiona i potenti per risollevare i deboli. Io non ho il potere di cambiare queste cose, ma posso fare loro dono di ciò che sono, così come sono, e dove non arriveranno le mie mani, arriveranno quelle di Dio.
Ogni settimana la miseria che mi circonda tocca il mio cuore, lo graffia, lo fa sanguinare. Ogni settimana arriva una notizia, o scopro qualcosa che mi prende a schiaffi, affonda le unghie nelle mie guance e mi obbliga a osservare ciò che mi circonda senza romanticizzare ciò che vivo, come se mi trovassi in un bucolico paese delle meraviglie. Non c’è nulla di romantico nei bimbi malnutriti, nei ragazzi di vent’anni che muoiono per delle infezioni ai denti, negli studenti che non hanno neanche 300 Ariary per comprarsi una penna nuova, figurarsi se hanno da mangiare. Eppure. Eppure anche qui si insinua discreta, silenziosa, modesta, la bellezza. Nell’impegno che i miei studenti mettono nello studio. Nella disponibolità a condividere anche il poco che si ha. Nella cura che i piccoli, i poveri, gli ultimi si donano fra di loro, e donano anche a me. Negli sguardi attenti dei ragazzi quando spiego la lezione. Nella semplicità con cui mi dicono se non hanno capito (sembra banale, ma non lo è!). Nella timidezza con cui mi chiedono se posso regalargli la penna che gli ho prestato. Nella confusione a cui di tanto in tanto si lasciano andare, perchè alla fine anche loro sono normalissimi adolescenti come ce ne sono dappertutto. Nella curiosità che mostrano nei miei confronti, e nelle domande che mi fanno sulla mia vita in Italia.
Persone più abili di me nell’arte delle parole hanno provato a descrivere il senso di sopraffazione che si prova quando ci si sente immersi nella vita, ma anche loro hanno spesso fallito miseramente… figurarsi se potrei riuscirci io. Ad ogni modo, la vita in questi ultimi mesi si è fatta come più densa, più insistente, più faticosa e più intensa. Più grande, più vicina, e chiede di essere guardata e vissuta con più attenzione. Di tanto in tanto sento che davvero va troppo oltre per le mie piccole mani, ma so di non essere sola. Dio mi accompagna, e con Lui sto scoprendo piano piano cosa significhi vivere una vita beata. Non idilliaca, ma radicata profondamente in una realtà complessa, e amata nelle sue difficoltà.
Spero vivamente che tutta questa vita che accade fuori e dentro di me possa allargarmi il cuore, e mi aiuti ad amare più liberamente, più gratuitamente, con le mani più aperte e tese verso gli altri. Che mi aiuti a “darmi una mossa” e a fare dono di ciò che sono senza troppo timore di essere inadeguata o sbagliata (piano piano si migliora, ma vado ancora lentamente).
Amici belli, avrei ancora tante cose da dirvi, ma se continuo poi non finisco più. Intanto vi invio queste righe.
Qui allegate, qualche foto dei mesi scorsi. Qualche foto dell’8 marzo (festa molto sentita!), e qualche foto fatta a scuola, durante le settimane della mensa scolastica. Alcuni dei ragazzi li vedete più volte, perchè sono quelli a cui piace di più farsi fotografare! Ho cercato di mettere tutti i loro nomi, ma alcuni mancano perchè sono lenta ad impararli… perdonatemi!
Un abbraccio fortissimo,
Aci
- Bien Aime
- Festa della donna
- Festa della donna
- Eddy-Jean de Dieu
- Fanirina-Justina-Dadane
- HeryMelle-Florine
- Stanislas-Carlos
- Stephania e Tsiria
- Tsiria-Eddy
- Tsiria-Eddy-Cynthia
- Festa della donna
- Raherimanana-Abel
- Tsiria-Fazila-Eddy-Julicette-Odilot
















